A Moncalvo la scoperta (?) del moto perpetuo

Come ogni buon studente di liceo sa (o almeno dovrebbe sapere), la macchina a moto perpetuo è un dispositivo impossibile da costruire. Un simile apparecchio infatti contraddirebbe i principi della termodinamica. Più precisamente, il moto perpetuo detto di prima specie produrrebbe in uscita una quantità di energia maggiore di quella che consuma, quello di seconda specie sarebbe in grado di convertire completamente in lavoro il calore estratto da un’unica sorgente a temperatura costante. L’assurdità del moto perpetuo è stata formulata in modo rigoroso e “moderno” dal fisico Max Planck.
Tuttavia nel corso dei secoli – per meglio dire, dei millenni – tanti scienziati, anche seri, hanno affermato di aver inventato una macchina funzionante per un tempo indefinito senza consumare energia dall’esterno.
Ad esempio, nel 1812 l’americano Charles Redheffer costruì un congegno che, a suo dire, generava il moto perpetuo. Fece anche una pubblica dimostrazione, richiedendo un finanziamento pubblico alla città di Philadelphia per continuare le ricerche, ma la sua macchina in realtà funzionava grazie a un volgare trucco: una persona nascosta nel meccanismo che lo faceva funzionare tramite una manovella. Smascherato, l’inventore riprovò il colpo a New York, ma anche qui senza troppa fortuna, tanto che dovette abbandonare precipitosamente la città per non essere linciato.
Tra gli inventori che si piccarono di aver prodotto una macchina a moto perpetuo figura anche uno strano personaggio, vissuto nella Moncalvo della prima metà dell’Ottocento.
Si chiamava Michele Amerio ed era nativo di Cortanze, ma svolgeva il mestiere di «orologiere e macchinista» a Moncalvo.
A più riprese egli si rivolse all’autorità regia presentando una vasta serie di invenzioni e richiedendo un sussidio economico: tra queste invenzioni figura pure una macchina funzionante a moto perpetuo.
Nel 1826 aveva scritto al re Carlo Alberto, il quale poi passò la missiva per competenza alla R. Accademia delle Scienze che trattava la concessione dei brevetti per tutto il territorio del regno. Amerio richiedeva un brevetto di 10 anni per una «macchina per far girare con moto regolare li buratti da setacciare la farina». Allegava anche il parere del parroco di Moncalvo don Giuseppe Ganora. Poco dopo due illustri accademici, Giacinto Carena e Giorgio Bidone, bocciavano la richiesta.
Numerose altre suppliche gli avevano fatto avere la cospicua sommetta di 5950 lire «ad incoraggiamento dei suoi lavori meccanici» approvati, a suo dire, da altri illustri scienziati, quale il fisico Antonio Vassalli Eandi.
Tuttavia nel 1838 ritornava all’attacco presentando «una memoria della nuova sua macchina detta moto continuato, da cui […] spera ricavarsene il reddito annuo di alcuni millioni per la sua singolare inaudita forza che equivale ad ogni altra fin’ora prodotta dall’acqua, dal vapore, pesi, bestie, etc. e che serve a muovere mulini, bastimenti, carri, orologi». Ma pare che stavolta gli fosse negato altro sussidio, tanto che egli supplicava il sovrano «a volerlo prendere in benigna considerazione qual uno de’ suoi più devoti sudditi, spoglio d’ogni cosa, a cui Iddio ha dato per unico sostentamento di sé e di tutta la sua indigente famiglia un ingegno da natura inclinato alla meccanica».
Allegava anche una dichiarazione del giudice Pietro Vercellini che, raccogliendo le notizie date dai consiglieri comunali Baldassarre Varvello e Giacomo Delponte, risultava la situazione della famiglia Amerio. Oltre a Michele (66 anni) vi era la moglie quarantaseienne e ben cinque figli: Maurizio sergente nella Brigata di Casale e reduce delle campagne napoleoniche, Ludovico, Giuseppe, Carlo e Giovanni, questi ultimi tre ancora scolari. Il capofamiglia risultava nullatenente, «inabile pel tremolo delle mani a continuare nel suo mestiere di orologiaio». Una fede medica vergata Rafferi testimoniava che il poveretto soffriva anche di un’incontinenza urinaria assai fastidiosa.
Ancora nel 1844 la proposta della macchina veniva ripresentata dal suo inventore: «il moto una volta dato sarebbe perpetuo, se eterna fosse la materia», affermava in modo assolutamente certo.
Per meglio far valere le proprie ragioni si sarebbe volentieri recato anche a Torino a conferire con il re, ma lo trattenevano la sue misere fortune e soprattutto l’età avanzata e le precarie condizioni di salute.
Ora però, certissimo della bontà del meccanismo, per meglio suffragare l’ennesima richiesta di denaro, allegava un dettagliato elenco delle sue precedenti invenzioni:
un orologio con calendario perpetuo che nel 1803 era stato stimato 3600 lire; un peso costruito nel 1808 «con un quadrante in due specie, colle sfere denotava i rubbi, le lire [=libbre] e le oncie»; una «macchina che da sé filava il lino» per la quale ebbe una gratifica di 250 lire dal principe Camillo Borghese su istanza del marchese di Casasco; nel 1818 «un mollino a vento di nuova invenzione che da sé orizzonta ed equilibra i venti secondo il bisogno» e che gli valse 900 lire; nel 1817 «un carretto d’una ruota che andava per terra e misurava le miglie, le salite e le discese ed altro» (200 lire «dall’Offizio del Genio»); poi nel 1820 «macchina della spoliazione del riso senza romperlo» (ben 1000 lire dall’allora ministro Cesare Balbo).
Ora però gli restavano ancora quattro invenzioni da presentare al vaglio delle autorità accademiche.
La prima era la famosa macchina funzionante per sempre: «senza aiuto e montarla va finchè esiste la materia, e se la materia fosse eterna eterno pur sarebbe il moto, e di poterlo fermare quando che uno vuole, che serve a qualunque forza movibile, come sarebbero i molini, i bastimenti, le barche e carozze, i carrettoni, ed orologii piccioli e grandi, ed altro simile, per far le veci dell’acqua e del vapore, e bestie, e uomini, e del vento, pesi e moje [=molle], che per la sua velocità e risparmio e forza e conomia [=economicità] sarà invidiata da tutti; e se s’interessano del vapore, il quale è di spesa e risigo, arivederci [=figuriamoci] di questa, che si trova quasi senza [spesa]».
Veniva poi il «circolo quadrato, che del rottondo ed il quadro, che fa istessa misura, e intervallo e grandezze». Quindi uno strumento che consentiva di eseguire misure di lunghezze.
La più interessante sarebbe la quarta e ultima: come afferma lo stesso Amerio, è «una scoperta che vince quello che pare impossibile per la perfetta tranquillità, società e felicità è la più bella e utile per l’umanità e sanità massime per i Sovrani, e la perpetuità».
Purtroppo nulla sappiamo di questa misteriosa invenzione: sta di fatto che la sostanza della lunga lettera dell’orologiaio di Moncalvo è la richiesta di altro denaro per potere perfezionare la macchina del moto perpetuo: è un lavoro lungo, richiederebbe moltissime prove, ma se ne potrebbero ricavare «una rendita di milioni», senza parlare del prestigio che il sovrano piemontese avrebbe ricavato agli occhi del mondo se avesse finanziato l’impresa. Tuttavia – egli concludeva – era da escludere che potesse portare a Torino la sua invenzione per presentarla agli scienziati: la distanza di 35 miglia e il suo grave stato di salute sono ostacoli insormontabili.
L’ultima lettera indirizzata da Michele Amerio alla bontà del re fa riferimento, in modo peraltro confuso e incomprensibile, a un nuovo sistema geometrico, destinato a rivoluzionare tutta la matematica, oltre a rendere più felice l’intera umanità.
Da questo momento non si hanno più notizie del geniale inventore: è plausibile che sia morto, date le sue precarie condizioni. Resta comunque, sepolta negli archivi torinesi, la testimonianza di un personaggio singolare e geniale, di cui ho voluto recuperare la memoria con queste brevi note.

Ringrazio di cuore il giornalista e scrittore Roberto Antonetto per avermi fatto avere copia della documentazione conservata presso l’Archivio di Stato di Torino (Casa di S. Maestà, m. 1250).

Copertina di “Popular Science Monthly”, ottobre 1920

Per approfondire la questione del moto perpetuo segnalo i seguenti lavori (purtroppo tutti in inglese):
P. Rowland The Undying Lure of Perpetual Motion, in «Popular Science Monthly», Oct. 1920, pp. 26-29
A. W. Ord-Hume Perpetual Motion, London 1977
D. Tsaousis Perpetual Motion Machine, in «Journal of Engineering Science and Technology Review», 1 (2008), pp. 53-57

Alessandro Allemano

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