Aldo Cazzullo – “I ragazzi di Via Po”

cazzullo

In questo libro (Milano, Mondadori, 1997, XIII-296 pp.) il giornalista de «La Stampa» e del «Corriere della Sera» Aldo Cazzullo ripercorre la storia di poco più di un decennio di vita torinese: dai rapporti tra la città subalpina e la Fiat alla forte tensione ideale che animò gli intellettuali raccolti attorno a Giulio Einaudi, dagli esordi di alcuni studenti destinati alla celebrità (Umberto Eco, Gianni Vattimo, Claudio Magris, Furio Colombo) ai ritratti di docenti universitari che furono veri e propri maestri di vita per i loro allievi (Giovanni Getto, Luigi Pareyson, Norberto Bobbio).
Proponiamo qui il testo dell’introduzione dell’Autore alla riedizione del 2013.


«Le città cambiano più in fretta del cuore degli uomini»; e Torino ancora di più. La Torino di oggi è molto diversa non solo da quella degli anni Cinquanta, raccontata in questo libro, ma anche dalla Torino dei primi anni Novanta, quando cominciai a raccogliere le carte e le testimonianze da cui il libro è nato.
C’era ancora Norberto Bobbio. In un’epoca di finti buoni, lui era un finto burbero. Molto generoso e molto meticoloso, mi dava appuntamento in via Sacchi o nella sua casa a Pino, un nido d’aquila affacciato sulla città, per raccontarmi la cultura torinese del dopoguerra e per verificare il lavoro che avevo fatto; come un professore con lo studente che scrive la tesi. Quando trovava un errore, lo prendeva come un affronto personale. Non so per quale disgraziato motivo, avevo scritto «Epicarmio» Corbino anziché «Epicarmo». Bobbio partì con un lungo rimbrotto incentrato sulla superficialità del lavoro giornalistico e l’inaffidabilità dei lavori di ricerca storica basati soprattutto sui racconti orali. Io ascoltavo in silenzio. Poi lui concludeva con una nota positiva, mormorata in un borbottio appena intelligibile, il cui senso era: andiamo avanti a lavorare.
C’era ancora Carlo Frutterò. Viveva sopra i portici di fronte alla stazione di porta Susa, in una casa arredata come negli anni Cinquanta. Le sue rughe si mimetizzavano con quelle del cuoio della poltrona su cui sedeva a fumare Gauloises e a raccontare di quando faceva il giostralo nelle Fiandre, girava per Parigi in triciclo a consegnare sidro, partiva a piedi per Roma con i pellegrini dell’Anno Santo, insomma poneva le premesse della sua esistenza di torinese eccentrico.
C’era ancora Edgardo Sogno, che non ne poteva più di passare per fragile vittima e stava per confidare che il «golpe bianco» voleva farlo davvero. C’era ancora Umberto Agnelli, che fu generoso di dettagli ed episodi sul passaggio di stagione, a metà degli anni Sessanta, tra la Fiat di Valletta e quella gestita direttamente dalla famiglia. C’era ancora Alessandro Galante Garrone, che Valletta l’avrebbe volentieri epurato. C’era ancora Giorgio Bocca, che amava Torino e ne raccontava con frasi secche come spari. C’erano ancora Felice Andreasi e il suo humour timido, Raf Vallone che prima di diventare attore aveva giocato nel Torino ed era stato capo della terza pagina dell’«Unità», Giulio Bollati cui restavano tre mesi di vita, il suo vecchio socio Paolo Boringhieri che aveva pubblicato l’opera omnia di Freud. C’erano ancora Corrado Vivanti, che per suggerirmi di non trascurare la scuola storica a vantaggio di quella letteraria annotò a margine delle bozze «più Clio meno Calliope»; e il grecista Eugenio Corsini, convinto che l’Apocalisse non fosse che una grande metafora della crocefissione e resurrezione di Gesù e quindi fosse già avvenuta, per cui riceveva da preti e monache lettere terribili: «Lei è l’Anticristo, perché se sono già tutti salvi, allora gli uomini non avranno più timore del male e del castigo…». C’erano ancora Saverio Vertone, Edoardo Sanguineti, Elémire Zolla che mi diede appuntamento nella sua splendida casa di Montepulciano e smontò il mito di Rol, e la mitica «tota» dell’ufficio stampa Fiat, Maria Rubiolo, un tempo temutissima, divenuta in tarda età dolce e affettuosa. E c’erano ancora i grandi ebrei – Vittorio Foa, Luciano Foà, Rita Levi Montalcini, oltre a Cesare Cases, milanese ma einaudiano -, superstiti di una comunità che aveva dato all’Italia Primo e Carlo Levi, Leone e Natalia Ginzburg.
È una Torino sparita, quella che viene raccontata e che racconta la storia di questo libro. E sparita la Torino dura e viva degli anni Cinquanta e Sessanta, dove si costruiva la modernità italiana: la tecnologia, il design, la pubblicità, la comunicazione, la cultura, l’arte povera; e tutto, il Politecnico, gli atelier di Pininfarina e Giugiaro, lo studio Testa, la «Stampa», l’Einaudi, il Partito comunista, la Juventus, l’università, le sperimentazioni artistiche, tutto era in qualche modo legato – per affinità o per contrapposizione – alla grande fabbrica, alla Fiat, a Mirafiori, la città dell’Apocalisse, dritta e squadrata, dove lavoravano più di 50.000 uomini, quasi tutti operai. Ed è sparita anche la Torino sfiduciata e frustrata di fine secolo, impaurita dal declino industriale, timorosa del futuro, depressa e di cattivo umore, ma consapevole di sé e dei propri meriti, ancora animata e arricchita dalla presenza attiva di intellettuali che avevano qualcosa da insegnare al resto del Paese. Non a caso, escono in quegli anni le ultime opere di Bobbio che sono anche i suoi best-seller: De senectute, una riflessione sulla vecchiaia che piacque molto all’Avvocato Agnelli, e Destra e sinistra, un pamphlet che ristabiliva qualche punto fermo in un’Italia messa sottosopra dal crollo della Prima Repubblica e dall’inizio dell’era berlusconiana.
La Torino di oggi è molto cambiata. Non è mai stata così bella. Vi si vive meglio che vent’anni fa e ovviamente molto meglio che negli anni della ricostruzione – quando si fronteggiavano ancora le durezze della guerra -, del boom – quando la città dovette affrontare l’arrivo di quasi mezzo milione di immigrati -, e del terrorismo – quando si contavano i feriti e i morti. La Torino di oggi assomiglia a quella di Gozzano: «Città favorevole ai piaceri». I palazzi del centro storico ridipinti, i caffè storici restaurati. Nuovi musei, stadi, mostre, fondazioni di arte contemporanea. Anche Torino conosce la grande crisi che scuote l’Occidente, ma è attrezzata per fronteggiarla, il terziario continua a crescere, così come il turismo. La Fiat che pareva fallita si è salvata, è ormai una multinazionale con un piede a Detroit e uno qui. C’è una cultura giovanile ricca di fermenti, ci sono storie imprenditoriali di successo. Ma la città non ha più il peso demografico e politico che ha avuto nel Novecento. E si è ritrovata sotto attacco dal punto di vista storico e culturale.
Tutto quanto Torino ha fatto e ha dato all’Italia è finito sotto accusa.
Il Risorgimento è stato derubricato da libri di grande successo (e dal tam tam della rete) a guerra di conquista coloniale. La Resistenza è stata rappresentata come una sequela di crimini o comunque come una cosa da comunisti. La storia della Fiat è stata deformata in modo grottesco (e come corollario si è condotta un’operazione analoga con la storia della Juventus, molto al di là delle ombre dell’era Moggi, che sarebbe puerile negare). L’Avvocato Agnelli è stato bersaglio di una polemica postuma vergognosa. Anche Bobbio e gli azionisti sono stati sbeffeggiati come fastidiosi soloni con gli armadi pieni di scheletri e la petulante pretesa di ammaestrare gli italiani: la ormai celebre lettera al Duce, di cui il professore si vergognò per tutta la vita, ha oscurato la vicenda di un gruppo piccolo ma prezioso di resistenti che conobbero il confino, il carcere, talora la morte.
Negli anni della ricostruzione, si affacciano sulla scena i protago¬nisti della seconda parte del libro: i ragazzi di via Po, appunto. Studenti universitari cresciuti all’ombra della grande scuola letteraria e filosofica – Abbagnano, Pareyson, Geymonat, Chiodi, Guzzo, Rossi, Viano e appunto Bobbio – di Palazzo Campana, attivi nel mondo cattolico ma destinati a spostarsi a sinistra. Tre di loro, Umberto Eco, Furio Colombo e Gianni Vattimo, entrano per concorso nella Rai appena nata, negli stessi anni in cui Claudio Magris arriva a Torino da Trieste per l’università. La storia della loro formazione mi pare ancora oggi significativa. Anche perché non comincia da famiglie illustri: il padre di Eco ha un negozio di ferramenta ad Alessandria, quello di Furio Colombo è l’impiegato di una piccola casa editrice; Vattimo è figlio di un poliziotto calabrese e di una sarta. Tutti sono figli di Torino, una città che sapeva soffrire e sapeva sorridere, in cui il sacrificio e il talento contavano più dei privilegi familiari e delle relazioni personali, in cui le élite esistevano però venivano definite non dalla nascita ma dal merito. E sono figli di una stagione in cui si aveva infinitamente meno di adesso, ma si andava verso il più. In cui si aveva fiducia nel futuro e in se stessi, si credeva nella propria città e nel proprio Paese.
Io non sono pessimista sull’avvenire di Torino e dell’Italia, penso anzi che entrambe abbiano grandi potenzialità. Sta a noi coglierle. I ragazzi di vent’anni oggi sono predisposti alla fatica e alla speranza come lo furono i loro coetanei del dopoguerra? Non lo so. Forse può essere loro d’aiuto conoscere la storia di una generazione che usciva da una terribile tragedia (di cui molti oggi non sanno nulla, a giudicare dal revanscismo fascista che a Torino si sente meno ma a Roma salta agli occhi), che non aveva un soldo in tasca ma credeva nella cultura e nel lavoro come strumento di elevazione sociale e di realizzazione personale. E dall’altra parte non c’erano soltanto baroni sordi e nomenclature chiuse: Einaudi pubblica la tesi di laurea di sconosciuti come Magris e Massimo Salvadori, e i romanzi inviati per posta dalla provincia da giovani come Giovanni Arpino e Beppe Fenoglio. Era una classe dirigente che sapeva dare l’esempio, in cui l’uomo più potente della città, Vittorio Valletta, scendeva a Roma in vagone letto, a fine giornata andava a riferire all’Avvocato, all’ora di cena tirava fuori una mela, la sbucciava con un temperino e si faceva portare a Termini in tempo per il treno del ritorno, e per timbrare a Mirafiori il mattino dopo.
Nella città della Fiat e dell’Einaudi, degli industriali e della sini¬stra, i «ragazzi di via Po» trovarono ognuno la propria strada. Giampaolo Pansa studiava già la Resistenza anche dal punto di vista di Salò, Edoardo Sanguineti piegava le parole alle sue sperimentazioni, Maria Luisa Spaziarli scriveva poesie e si manteneva lavorando da stenografa, il suo fidanzato Elémire Zolla imparava il sanscrito per leggere il Mahabharata in lingua originale. I due allievi prediletti di Pareyson, Umberto Eco e Gianni Vattimo, arrivavano ognuno per proprio conto allo stesso approdo: la verità non esiste, le ideologie hanno fallito, l’uomo è misura di tutte le cose, sia dei libri, di cui conta soprattutto l’interpretazione, sia del pensiero, che dev’essere «debole», cioè privo di dogmi e aperto alle ragioni altrui.
Grazie ai «ragazzi di via Po», trovai la mia strada anch’io. Intervistato da Gad Lerner, Giovanni Agnelli disse che aveva letto «un bellissimo libro sulla Torino degli anni Cinquanta», e citò il mio lavoro. Poi mi mandò a chiamare, e passammo due ore insieme in corso Matteotti, in quella che era stata la casa di famiglia ed era allora la sede dell’Ifi. Alla fine mi chiese cosa volessi fare. Siccome era vacante la sede di corrispondenza di Bruxelles, risposi – mentendo – che mi sarebbe piaciuto andare a Bruxelles. Lui capì subito: «Ma no, un posto così noioso… perché invece non va alla nostra redazione romana?». Un mese dopo il nuovo direttore, Marcello Sorgi, mi propose di trasferirmi a Roma, dove mi sono trovato benissimo.
Torino resta la città dove mi sono formato, tra l’università e la «Stampa». La lunga inchiesta da cui è nato questo libro è stata l’iniziazione a un luogo unico in Italia, e non solo. Ed è stata anche la maniera di entrare nelle case dei torinesi. Erano ancora anni in cui la città appariva poco italiana, riservata, schiva, silenziosa. In cui esistevano, tra la terra in riva al Po e il cielo sopra le colline, ancora più cose di quante ne potessimo sognare.
Aprile 2013

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