Bo Lidegaard – “Il popolo che disse no”

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Chi salva una vita è come se salvasse il mondo intero, chi uccide una vita è come se uccidesse il mondo intero»: questo antico adagio ebraico, che in fondo è anche un paradosso, rappresenta il principio guida del monumento alla Shoah di Gerusalemme. Prima di essere un archivio e un museo, infatti, lo Yad Vashem è un bosco dove ogni albero porta il nome di una persona che sotto il nazismo è stata capace di salvare anche «soltanto» una vita. Individui, non collettività. Singoli, non masse. C’è, su questa collina di Gerusalemme, un’unica eccezione: una piccola barca di legno nera, con i remi appoggiati sul fianco. È il segno dell’unico popolo che viene ricordato qui, in questo luogo dove la memoria è fatta di individui, ciascuno con il proprio nome. Fra settembre e ottobre del 1943, il popolo danese mise in salvo quasi tutti gli ebrei del paese, traghettandoli per il breve tratto di mare che separava la Danimarca occupata dai tedeschi dalla libera Svezia: questo racconta la barchetta di legno sulla collina di Gerusalemme, circondata dagli alberi dei Giusti fra le Nazioni. Come ogni storia che si rispetti, anche questa ha il suo mito fondatore – che nulla toglie alla sua straordinarietà, al suo coraggio, al potente impulso morale che la guidò. Nel gennaio del 1942 Thorvald Stauning, il primo ministro danese – la Danimarca era stata invasa dai nazisti ancora nell’aprile del 1940 – si consulta con un preoccupato re Cristiano. Teme che di li a poco i tedeschi impongano agli ebrei le misure della reclusione, preludio delle deportazioni. «Cosa faremo, Vostra Maestà, se si dovesse dire che anche i nostri ebrei devono indossare la stella gialla?». «Allora probabilmente la indosseremo tutti», risponde il re. Di qui a immaginare re Cristiano a cavallo per le vie di Copenhagen con la stella gialla al petto il passo è stato breve, anche se non è mai successo per davvero. La suggestione del mito è irresistibile, ma in fondo sta a dirci che più del simbolo conta la realtà, e nel caso della Danimarca occupata dai nazisti essa conta tanto di più perché grazie ad essa furono in salvo migliaia di vite condannate allo sterminio, e per la prima ed unica volta fu un popolo intero, insieme al suo re, a mobilitarsi per cambiare il corso delle cose. La vera storia di questo salvataggio, insomma, è ancor più bella del mito, e viene narrata oggi in un libro avvincente e documentato: Il popolo che disse no (Milano, Garzanti, 2014; tit. or. Countrymen, 2013). L’ha scritto Bo Lidegaard, storico e giornalista danese, che segue passo a passo l’avventura del salvataggio, basandosi su una folta e varia documentazione. Volti, nomi e vite. Come quella del vicino di casa di Edgar Feuchtwanger, un bambino di cinque anni nel 1929 a Monaco: un signore con i baffetti e lo sguardo strano, che ogni tanto sale su una macchina nera con autista. « È proprio di fronte a noi, sotto casa sua. Ci siamo fermati. Rosie rimane immobile. Noto che si è tagliato un pochino facendosi la barba, come capita talvolta a papà. Ha gli occhi azzurri. Non lo sapevo. Non si vede sulle fotografie. Credevo che fossero neri. Non l’ho mai visto così da vicino. Ha i peli nel naso, e anche nelle orecchie. È più basso di quel che pensavo. Più basso di mio padre». Poi nel 1933 quel signore viene nominato cancelliere del Reich e tutto cambia.

Elena Loewenthal, Tuttolibri – La Stampa

Proponiamo qui la nota introduttiva dell’Autore, dal titolo “La nascita di un mito”.


 

Verso la fine della conversazione, il primo ministro ad interim sollevò la questione degli ebrei. Era venuto a conferire con l’anziano re Cristiano circa la situazione nella Danimarca occupata. Erano i primi di settembre del 1941 e l’avanzata tedesca in Unione Sovietica sembrava inarrestabile. Le cattive notizie si rincorrevano. L’Europa era sotto il controllo totalitario e gli Stati Uniti si mantenevano risolutamente neutrali. Anche la Danimarca rivendicava la propria neutralità, ma il paese era sotto l’occupazione della Germania dall’aprile del 1940 e, nonostante il fermo rifiuto danese a una qualsiasi rappresentanza nazista in seno al governo non fosse venuto meno, i tedeschi diventavano sempre più arroganti nelle loro richieste. Ora, il ministro delle Finanze Vilhelm Buhl, in qualità di capo del governo, sondava il re sul delicato argomento degli ebrei danesi. Più tardi, lo stesso giorno, il re appuntò le linee principali della conversazione sul suo diario personale. A detta del re, il ministro delle Finanze espresse profonda apprensione: «Visto il trattamento disumano riservato agli ebrei, in Germania come negli altri paesi occupati dai tedeschi, non si poteva non nutrire la preoccupazione che un giorno questa richiesta sarebbe stata presentata anche a noi. Nel qual caso, avremmo dovuto respingerla immediatamente in virtù della protezione garantita loro dalla costituzione».
Il re assicurò che egli stesso «avrebbe respinto una tale richiesta nei confronti dei cittadini danesi», prima di osservare: «Se una simile istanza venisse formulata, l’atteggiamento corretto sarebbe quello di indossare tutti la stella di Davide». Stando sempre agli scritti del re, «il ministro delle Finanze rispose persuaso che quella sarebbe stata davvero la scappatoia giusta».1
Buhl non riuscì a tenere per sé la proposta del re, e quattro mesi dopo questa conversazione divenne fu rappresentata in una vignetta apparsa su un giornale nella vicina Svezia, anch’essa neutrale ma non occupata dai tedeschi. Da lì si diffuse poi nel resto del mondo, e questo singolare esempio di buon senso di fronte al cataclisma del nazismo finì per alimentare il mito di un re Cristiano che, durante le sue passeggiate quotidiane a cavallo per le strade di una Copenaghen occupata, indossava la stella gialla. Il mito non è mai morto e le nuove generazioni vi hanno colto un segno di speranza nella tetra storia dell’Olocausto.
La storia della vignetta svedese trovò ampia diffusione e si rivelò utile e affascinante. Fu d’aiuto a quanti, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, si adoperavano per migliorare l’immagine pubblica di una Danimarca occupata che riceveva critiche per le eccessive e vili concessioni alla Germania di Hitler. Negli Stati Uniti il mito fu amplificato dalle organizzazioni ebraiche e da quelle di danesi americani, mentre in Gran Bretagna fu il Political Warfare Executive a cavalcarlo come parte dello sforzo mirato di causare una frattura fra il governo danese che si presumeva di orientamento filotedesco e il popolo stretto intorno al proprio sovrano.
Il mito, naturalmente, è falso. Ma la storia che gli fa da sfondo è ancora più affascinante: non solo il re non indossò la stella gialla, ma in tutta la Danimarca non lo fece nessun altro. Lo stesso atteggiamento del re e del suo primo ministro, riflesso nella loro breve conversazione, e a dire il vero quello di un intero popolo, impedì che in Danimarca venisse approvata qualsiasi disposizione in materia di ebrei. Circostanza che fa della Danimarca un caso unico nel suo genere, un’eccezione al quadro generale dell’Olocausto. Un’eccezione ben più importante di quanto il mito non riveli, poiché seppe andare oltre il rifiuto di misure dirette contro gli ebrei, negando l’esistenza stessa di una questione ebraica. E affermando semplicemente l’ovvio: che, prima ancora che di stirpe ebraica, gli individui in questione erano cittadini danesi o comunque protetti dal diritto danese, che non distingueva tra cittadini di diverse confessioni. E, non sussistendo questione alcuna, non esistevano nemmeno provvedimenti per affrontarla.

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  1. Knud J.V. Jespersen, Rytterkongen. Et portræt af Christian X, Gyndendal, København 2007, pp. 441s. []
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