Cristo e i cristiani nelle prime fonti pagane

flavio

Lo storico Giuseppe Flavio

I Vangeli non sono l’unica fonte storica della vita di Gesù. È molto importante tener presente che ci sono anche fonti non cristiane che trattano di lui. In questo articolo tratteremo delle fonti in lingua latina, iniziando però da una fonte ebraica scritta in greco.

II primo storico che ci parla di Gesù è infatti Giuseppe Flavio, uno scrittore nato in Palestina poco dopo la morte di Cristo, che poté attingere notizie di prima mano dagli stessi testimoni
oculari. La vita di questo scrittore si svolge tra il 37 ed il 97 della nostra èra. Nel 93 egli scriveva per i suoi amici di Roma un libro di informazioni storiche sul giudaismo, scritto in lingua greca e noto con il titolo Antiquitates Iudaicae, tra le cui pagine troviamo notizie su Gesù di Nazaret, parallele a quelle dei Vangeli. Cristo è definito da Giuseppe uomo saggio, trascinatore di folle, operatore di prodigi, Messia. Condannato al supplizio della croce da Ponzio Pilato, egli risuscitò il terzo giorno, come avevano annunciato i profeti. La comunità dei credenti in lui, sparsa già in varie parti dell’impero, fu chiamata, dal suo nome, «cristiana».1)
A parte qualche possibile interpolazione di origine cri­stiana, non provata però da alcun manoscritto antico, il passo è riconosciuto autentico da tutti gli storici.

Una ventina di anni dopo lo scritto di Flavio, è uno storico romano a parlarci di Cristo: Publio Cornelio Tacito, che scrive gli Annales di Roma intorno al 116 d. C. Le notizie che tro­viamo nella sua opera provengono in gran parte dagli archivi imperiali e forse qui egli attinse anche le notizie riguardanti Gesù e i cristiani.
Pur essendo in genere uno storico scrupoloso, il giudizio che egli dà di Cristo e del cristianesimo è colorito di forte nazionalismo e di disprezzo verso le ingerenze straniere nella vita di Roma.
Tacito (Annales, XV, 44) parla di Gesù in occasione della prima persecuzione scatenata da Nerone contro i cristiani, falsamente accusati quali autori dell’incendio di Roma del 64 d. C.
Dovendo spiegare chi erano i cristiani torturati e uccisi dalla crudeltà di un maniaco, Tacito riferisce che essi pren­dono il nome da Cristo, condannato al supplizio della croce da Ponzio Pilato, durante il regno di Tiberio. La sua comunità di credenti però si era diffusa dalla Giudea in tutto l’impero ro­mano, fino a Roma.
Dagli archivi imperiali risultava dunque che era esistito in Palestina un uomo chiamato Cristo, il quale aveva avuto a che fare con Ponzio Pilato ed era stato condannato da lui al supplizio della croce. Il procuratore si era forse preoccupato di inviare un rapporto alla curia imperiale per dimostrare il suo zelo. Alcuni studiosi ritengono che Tacito si basi su fonti cristiane, mentre altri, tra cui Karl Adam, ritengono che Tacito, come nemico dei cristiani e storico, abbia investigato sull’esecuzione di Gesù prima di riportarne la notizia. Una minoranza di studiosi ipotizza infine che il passo sia stato falsificato.

Poco dopo Tacito, un altro storico, Gaio Tranquillo Svetonio (vissuto tra il 69 e il 130 d. C), scrive la sua opera intitolata Vitae Caesarum. Allorché egli giunge a narrare la vita di Claudio, tocca, fuggevolmente ed in maniera imprecisa, l’ar­gomento Cristo.
Claudio fu costretto nel 49 d. C. a promulgare un editto che ordinava l’espulsione da Roma di tutti gli ebrei, colpevoli di disordini a causa di «Cresto». L’editto viene ricordato anche da Luca nel libro degli Atti degli Apostoli (18,2). Ecco le laco­niche parole di Svetonio: «Claudio […] espulse da Roma i giudei divenuti una causa di continui disordini a motivo di Cresto» (Vita Claudii, XXV, 4).
Qui Cresto è certamente una deformazione del nome di Cristo. Nelle città greche dell’impero romano, dove S. Paolo aveva predicato il Vangelo, la proclamazione di Gesù Messia (Cristo) e Figlio di Dio aveva infastidito i giudei che, quasi dovunque, avevano suscitato tumulti e persecuzioni contro i cristiani. La cosa si ripeteva anche a Roma e l’imperatore Claudio, che non sapeva distinguere gli ebrei dai cristiani, aveva ordinato l’espulsione degli uni e degli altri.
Sempre Svetonio, nella Vita Neronis (XVI, 2) afferma che questo imperatore «sottopose a supplizio i Cristiani, razza di uomini d’una superstizione nuova e malefica».

Della fede dei cristiani in Cristo-Dio ci parla esplicitamente Plinio il Giovane in una lettera a Traiano scritta tra il 111 e il 113 d.C. Plinio era allora governatore della Bitinia, una colonia .romana sulle coste nord-occidentali dell’Asia Minore. Costretto a perseguitare i cristiani, nei quali non riscontrava crimini capitali, egli chiedeva istruzioni all’imperatore sul modo di comportarsi contro di essi, colpevoli soltanto di venerare «Cristo come Dio».2

Tertulliano (150-220 d. C.) accenna nel suo Apologeticum al fatto che Tiberio avrebbe proposto al Senato romano di riconoscere Cristo come dio. La proposta fu respinta, e questo, secondo l’Autore, avrebbe costituito la base giuridica per le successive persecuzioni che afflissero i cristiani.3

Anche Marco Aurelio, l’imperatore filosofo, che regnò dal 161 al 180, accenna ai cristiani in una sua opera: «« Oh, come è bella l’anima che si tiene pronta, quando ormai deve sciogliersi dal corpo, o estinguersi, o dissolversi o sopravvivere! Ma tale disposizione derivi dal personale giudizio, e non da una mera opposizione, come per i Cristiani; sia invece ponderata e dignitosa, in modo che anche altri possano esserne persuasi, senza teatralità.»4

Non mancano peraltro anche testimonianze fortemente infamanti, come quella che, secondo Minucio Felice (II secolo), rese Marco Aurelio Frontone in una sua orazione Contra Christianos: «Essi, raccogliendo dalla feccia più ignobile i più ignoranti e le donnicciuole, facili ad abboccare per la debolezza del loro sesso, formano una banda di empia congiura, che si raduna in congreghe notturne, sacri digiuni o banchetti inumani, non con lo scopo di compiere un rito, ma per scellerataggine; una razza di gente che ama nascondersi e rifugge la luce, tace in pubblico ed è garrula in segreto. Disprezzano ugualmente gli altari e le tombe, irridono gli dei, scherniscono i sacri riti; miseri, commiserano i sacerdoti (se è lecito dirlo), disprezzano le dignità e le porpore, essi che sono quasi nudi! […] Si riconoscono con contrassegni e segnali e si amano vicendevolmente quasi prima di essersi conosciuti: regna infatti tra loro una specie di religiosità di sfrenatezze, e si chiamano indistintamente fratelli e sorelle, cosicché, col manto di un nome sacro, anche la consueta impudicizia diventi incesto. Così la loro vana e stolta superstizione si vanta dei delitti. Riguardo a loro, se non ci fosse un fondo di verità, non circolerebbe una penetrante diceria così tremenda, della cui ci si debba scusare prima di parlarne. Sento dire che venerano la testa consacrata di una bestia sconcia, un asino, non saprei per quale convincimento: religione degna e nata con comportamenti del genere! Altri raccontano che essi venerano e adorano i genitali dello stesso celebrante e sacerdote, quasi ad adorare la natura di chi li ha generati: non so se il sospetto è falso, ma di certo si sostiene sul carattere dei loro riti occulti e notturni!».5

La realtà storica di Gesù, tanto affermata prima di tutto nei Vangeli, era dunque confermata da molteplici fonti di provenienza pagana, per la massima parte accettate dai critici: quanto alla divinità di Cristo, la testimonianza sarebbe venuta dal sangue stesso di quanti seguivano i suoi insegnamenti e il messaggio davvero innovativo che aveva portato nel mondo.

Alessandro Allemano

Bibliografia essenziale

Bultmann Rudolf, Il cristianesimo primitivo nel quadro delle religioni antiche, Milano, Garzanti, 1964
Magnani Giovanni, “Tu sei il Cristo”. Cristologia storica, Roma, EPUG, 2002
Sordi Marta, I cristiani e l’impero romano, Milano, Jaca Book, 2004
Dickson John, Alla ricerca di Gesù. Le indagini di uno storico, Milano, San Paolo, 2011

 

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  1. «In questo tempo apparve Ge­sù, uomo saggio, se pure si può chiamare uomo, dato che ha compiuto cose meravigliose. Egli fu maestro di coloro che accolgono con gioia la verità e trascinò molti giudei ed anche molti greci. Era il Messia (Cristo). Dietro denuncia dei capi della nostra nazione. Pilato lo con­dannò alla croce, ma i suoi se­guaci non rinunciarono al loro amore per lui. Il terzo giorno egli apparve loro risorto, come avevano annunciato i profeti divini insieme a mille altre meraviglie riguar­danti lui. Ancora oggi esiste la setta che da lui ha ricevuto il nome di cristiani.» (Antiquitates Iudaicae, XVIII, III, 3 []
  2. C. Plinio a Traiano impera­tore.
    «È mio impegno, o signore, riferirti tutto ciò che mi rende incerto. Chi potrebbe meglio di te guidare la mia incertezza o illuminare la mia ignoranza? Io non ho mai imbastito pro­cessi contro i cristiani. quindi non so che cosa bisogna inda­gare e fino a che punto anche punire. Sono rimasto molto in dubbio se si deve far distinzione di età e se i più gracili si de­vono trattare in modo diverso dai più robusti; se si deve dare il perdono a chi si pente, oppure nari giova cessare di essere cri­stiano a chi certamente lo fu; se si deve punire il solo nome di cristiano, anche se non ci sono altre colpe, oppure si de­vono punire le colpe commesse con quel nome. Finora ho seguito questo cri­terio verso coloro che mi erano presentati come cristiani: li ho interrogati se fossero cristiani, poi, se hanno confessato, ho ri­petuto la domanda una seconda e una terza volta, minacciando loro il supplizio. Chi persisteva l’ho condannato. Non ho dubi­tato che. a parte qualunque co­sa essi avessero confessato, era­no punibili per la loro pertina­cia e caparbia ostinazione. Alcuni, infetti da simile pazzia, li ho annotati per inviarli a Ro­ma, essendo essi cittadini ro­mani. Come suole avvenire nel mol­tiplicarsi dei processi e delle de-nuncie, si sono presentati casi diversi. Mi è stata recapitata una lista anonima contenente molte persone denunciate; co­loro che negavano di essere o di essere stati cristiani, credetti mio dovere rilasciarli, però pri­ma li ho obbligati a ripetere una preghiera agli dèi da me suggerita, ad offrire vino e in­censo alla tua immagine, fatta portare insieme alle statue de­gli dèi, e a bestemmiare Cristo: tutte cose, queste, che i veri cristiani, si dice, non possono assolutamente essere costretti a fare. Altri, denunciati da qualche delatore, dissero di essere cri­stiani, ma poi lo negarono. Af­fermavano di essere stati una volta cristiani, ma vi avevano poi rinunciato, alcuni da tre anni, altri da più anni e altri addirittura da venti anni. Tutti venerarono l’immagine tua e le statue degli dèi e bestemmia­rono Cristo. Costoro affermarono che la loro unica colpa o errore con­sisteva solo in questo: erano soliti, in un giorno prestabilito, riunirsi prima dell’alba a can­tare insieme un inno a Cristo come a un Dio, e solevano ob­bligarsi con un giuramento se­greto, non a commettere delitti, ma a non praticare furti, latro­cini e adulteri, a non mancare di parola, a restituire dietro ri­chiesta il prestito. Dopo questo tornavano via e si riunivano di nuovo per mangiare un cibo ordinario ed innocente. Dissero anche che avevano cessato di fare tutto ciò dopo il mio editto che, secondo i tuoi ordini, proibiva le riunioni se­grete. Ho creduto perciò ancor più necessario sottoporre alla tor­tura due donne dette «diaco­nesse», per sapere quale fosse la verità. Non ho trovato niente altro che una superstizione perversa e fanatica. Ora. so­spesa l’inchiesta, ricorro a te per avere consiglio. Mi è sem­brata cosa degna di consulta­zione dato il grande numero di persone in pericolo. Infatti, nu­merose persone di ogni età. di ogni condizione ed anche d’am­bo i sessi sono citate in giudi­zio. E non solo le città, ma anche i villaggi e le campagne sono invasi dal contagio di que­sta superstizione che sembra essere possibile ancora arrestare e spegnere. Consta con sufficiente certez­za che i templi, fino ad ora quasi deserti, cominciano ad es­sere di nuovo frequentati, e le vittime, che trovavano pochi compratori sul mercato, sono ora vendute per i pasti. Da tutto questo è facile pen­sare quante persone potrebbero essere corrette, se si desse loro la possibilità di pentirsi». Plinio il Giovane, Lettera all’impe­ratore Traiano (Epist. X, 96). La let­tera risale agli anni tra il 111 e il 113 d. C. Già in questo tempo i Vangeli erano diffusi in Asia e da essi i cri­stiani avevano imparato a venerare Cristo come Dio. Questa fu la risposta di Traiano: «Traiano a Plinio salute. Hai fatto il tuo dovere, mio caro Secondo, nell’istituire i processi contro i cristiani a te denunciati. In queste cose non si può stabilire una norma as­soluta che valga per tutti i luoghi. Bisogna evitare di ricer­care i cristiani, ma se sono ac­cusati e confessano, devono es­sere puniti. Però se qualcuno nega di es­sere cristiano e lo dimostra con i fatti, adorando e pregando i nostri dèi, ottenga perdono per il suo pentimento, qualunque sospetto si nutra per lui riguar­do al passato. Per nessun crimine, poi, si deve tener conto della denuncia anonima; sarebbe una cosa di pessimo esempio e aliena dal nostro tempo.» La lettera di Traiano è riportata nel carteggio di Plinio il Giovane con l’im­peratore (Epist. X, 97). []
  3. «Dunque Tiberio, al tempo del quale il Cristianesimo entrò nel mondo, i fatti annunziatigli dalla Siria Palestina, che colà la verità avevano rivelato della Divinità stessa, sottomise al parere del senato, votando egli per primo favorevolmente. Il senato, poiché quei fatti non aveva esso approvati, li rigettò. Cesare restò del suo parere, pericolo minacciando agli accusatori dei Cristiani.» Apologeticum, V, 2. Il rifiuto della proposta dell’imperatore faceva del cristianesimo una superstitio illicita, i cui adepti potevano quindi legalmente essere messi a morte. []
  4. Ad semetipsum, XI, 3 []
  5. Octavius, VIII, 4-IX, 7. La violenta requisitoria si inserisce probabilmente nell’ambito della persecuzione anticristiana scatenata sotto il regno di Marco Aurelio []
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