Ernesto Botto “Gamba di ferro”

Ernesto Botto (1907-1984)

Ernesto Botto (1907-1984)

Quando, il 9 ottobre 1944, i tedeschi del maggiore Meyer rastrellarono e misero al muro una quindicina di capifamiglia, una voce autorevole si levò a difesa degli ostaggi inermi.
Era la voce del colonnello Ernesto Botto, asso dell’aviazione militare italiana, che, amputato di una gamba per fatto di guerra, offrì l’arto buono pur di salvare quei civili. L’intervento dell’ufficiale valse a salvare due degli uomini destinati alla fucilazione. Tuttavia questo intervento umanitario non è stato molto divulgato dalla storiografia corrente, forse a causa dei trascorsi fascisti di Botto: penso quindi che sia opportuno tracciare un profilo di questo militare e delle sue vicende professionali e umane.
Ernesto Botto nacque a Torino l’8 novembre 1907. Dopo la licenza tecnica, nel 1929 entrò alla R. Accademia Aeronautica di Caserta, frequentando il corso “Grifo”; dopo quattro anni conseguì la nomina a sottotenente del ruolo naviganti e il brevetto di pilota d’aeroplano. Da tenente svolse funzioni di istruttore presso la Scuola Caccia di Castiglion del Lago; nel 1936, promosso capitano, fu assegnato al 57° Gruppo del 1° Stormo.
Nel 1937, assegnato al 4º Stormo, comandò la 32ª Squadriglia Caccia nella guerra civile spagnola sotto le insegne falangiste del Tercio. Il 12 ottobre 1937 la sua squadriglia decollò insieme alla 31ª del capitano Luigi Borgogno e durante uno scontro a Fuentes de Ebro con uno stormo di monoplani di fabbricazione sovietica venne colpito da un proiettile alla gamba destra che rimase fracassata. Il capitano Botto alla guida di un CR 32 riuscì comunque a rientrare alla base e venne ricoverato lungamente all’ospedale della CRI di Santander, dove fu però necessario amputargli la gamba destra al di sopra del ginocchio. Munito di una speciale protesi, riuscì ancora a pilotare il suo aereo mediante una speciale forcella metallica che gli facilitava l’accesso alla pedaliera. Nacque così il soprannome di “Gamba di ferro”, emblema poi adottato da tutta la sua squadriglia.

La "gamba di ferro" emblema del VI Gruppo Caccia (1937)

La “gamba di ferro” emblema del VI Gruppo Caccia (1937)

Per il suo comportamento in Spagna ottenne la medaglia d’oro al valor militare, con la seguente motivazione:
«Volontario in missione di guerra per l’affermazione dell’ideale fascista, si dimostrava in ogni circostanza pilota da caccia di indomito valore. Comandante di eccezionale perizia e ferrea volontà, coglieva, alla testa della sua squadriglia, in aspri combattimenti, cinque vittorie individuali e quindici collettive. Nel cielo di Aragona,attaccata impetuosamente una formazione nemica, annullava con strenua combattività una grave situazione di inferiorità numerica e tattica ed abbatteva personalmente un avversario. Colpito da proietto che gli frantumava un femore, non desisteva dal combattimento fino a quando, paralizzato nei movimenti, precipitava per duemila metri. Riuscito a rimettere il velivolo e ad atterrare in un campo ai superiori accorsi nonostante fosse in disperate condizioni fisiche, esponeva serenamente le vicende del combattimento. Amputato di una gamba, dava meravigliosa prova di fortezza d’animo e di purità spirituale, mostrandosi addolorato soltanto perché la mutilazione toglieva alla causa un pilota. Per lunghi giorni, tra la vita e la morte, era ai suoi camerati di luminosissimo esempio per la serenità e l’alto sentire che è degli eroi. Cielo de Fuentes de Ebro, 5 maggio -12 ottobre 1937.»

Il capitano Botto in Spagna

Il capitano Botto in Spagna

Nel 1938 fu richiamato in servizio operativo come comandante della 73ª Squadriglia Caccia del 4° Stormo, a Gorizia. Il 23 giugno 1939 partecipò a una manifestazione aerea in Germania, suscitando l’ammirazione di Hermann Goering, ma provocando una specie di incidente diplomatico per avere risposto a tono alle provocazioni di un ufficiale della Luftwaffe che aveva deriso la mutilazione del capitano Botto. Promosso maggiore nel 1939, allo scoppio della seconda guerra mondiale fu mandato in Libia a capo del 9° Gruppo: qui un grave incidente automobilistico lo rese definitivamente inadatto al volo. Promosso tenente colonnello nel 1941, nel 1943 diventò comandante della Scuola Caccia di Udine e poi di quella di Gorizia. Qui fu sorpreso dalla notizia dell’armistizio, l’8 settembre 1943; per essersi rifiutato di collaborare con l’invasore tedesco, fu messo agli arresti in attesa di essere internato in Germania. Dopo la costituzione della RSI, il ministro della Difesa nazionale Rodolfo Graziani, senza averlo interpellato, lo propose alla carica do sottosegretario all’Aeronautica. In questa veste Ernesto Botto, promosso generale, emanò numerosi bandi per richiamare sotto le bandiere della repubblica fascista molti aviatori disorientati dopo il caos seguito all’armistizio. L’impegno dell’ufficiale piemontese portò l’Aviazione Repubblicana Nazionale a disporre nel 1944 di ben 35 mila uomini. Il forte desiderio di autonomia dalle imposizioni dei tedeschi lo fece a poco a poco cadere in disgrazia presso i vertici della Repubblica Sociale: in particolare fu attaccato dall’estremista Roberto Farinacci, che ne sottolineò i sentimenti antitedeschi, mettendo in dubbio la sua fede fascista. Nella primavera del 1944 presentò a Mussolini le sue dimissioni, che suscitarono malcontento tra i molti aviatori che si erano arruolati proprio in seguito all’appello di un militare che stimavano e ammiravano.
Per sfuggire alle continue incursioni aeree su Torino, il generale Botto sfollò a Villadeati, in una casa di proprietà dell’avvocato Alfredo Tedeschi. Nel paese monferrino fu testimone della ferocia nazifascista, culminata nell’eccidio del 9 ottobre.
Al termine del conflitto subì i provvedimenti epurativi, perdendo il grado e venendo poi reintegrato in quello di tenente colonnello, che Botto ricopriva alla data dell’armistizio. Su richiesta della commissione d’inchiesta, presentò un accorato memoriale a sua discolpa che viene riportato integralmente al termine di questo articolo.
Nel 1951 fu eletto consigliere comunale a Torino per il Movimento Sociale Italiano, ottenendo 4 mila preferenze: alla prima riunione di Consiglio venne però dichiarato ineleggibile in quanto già facente parte delle forze armate della RSI.
Ernesto Botto morì nel capoluogo piemontese l’11 dicembre 1984, nell’indifferenza di tutti, ricordato solo dai vecchi aviatori che lo avevano avuto loro comandante. Nel 2011 la città di Gorizia gli ha dedicato una via.

Memoriale Botto

Bibliografia minima

Idro Grignolio, Botto, pilota anti-tedesco, in «Il Monferrato», 17 febbraio 1998
Idro Grignolio, Due stemmi, due storie, in «Il Monferrato», 6 settembre 2011
Giulio Lazzati, Ali nella tragedia. Gli aviatori italiani dopo l’8 settembre, Milano, Mursia, 1970
surfcity.kund.dalnet.se/italy_botto.htm

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