Gianni Oliva – “Fra i dannati della terra”

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La Legione Straniera ha sempre esercitato un grande fascino nell’immaginario collettivo: romanzi, libri di memorie e film hanno edificato il mito del legionario bello, audace e maledetto. Gianni Oliva nel suo ultimo lavoro (Mondadori, 257 pp., senza ill.) tratta della Legione partendo dal fatto storico: egli esamina innanzitutto i motivi che hanno portato alla creazione di questo corpo militare, nella Francia “rivoluzionaria” del 1831, per passare poi a delineare meglio le caratteristiche del legionario, i suoi ambiti di impiego e le figure più singolari che hanno vestito il chepì bianco.
Riportiamo qui la prima parte della prefazione dell’Autore.


Disperati e idealisti, balordi e sognatori, perseguitati e stravaganti: e tutti ugualmente feroci, ugualmente malinconici, ugualmente irrequieti. I dannati della Legione sono uomini in fuga: fuga politica, da una rivoluzione sconfitta o da una patria invasa; fuga sentimentale, da un amore finito male o mai cominciato; fuga dalla giustizia, da un furto scoperto o da una rissa finita coi coltelli; fuga dalla fame, da un’occupazione che non c’è o non c’è più; o fuga da se stessi, dalle proprie paure, dalle proprie insofferenze, dalla propria insoddisfazione. La Legione è lo specchio delle turbolenze del mondo: quelle delle nazioni e quelle degli individui. Ed è uno specchio prodigioso, che nasconde i misteri degli uomini e nello stesso tempo ne proietta l’ombra: alla Legione non si fanno domande e non si pretendono confessioni, non ci sono perdoni da chiedere né assoluzioni da concedere. Il Nordafrica, terra d’elezione dei legionari, è fatto apposta per dimenticare, un deserto di sabbia, di luce e di montagne, dove il vento leviga le rocce e i ricordi. Ma è proprio questo silenzio ad alimentare le suggestioni, a suscitare la voglia di alzare il velo per saperne di più, o almeno per sapere qualcosa. Quale sofferenza nasconde il volto bruciato di quel soldato senza nome, che marcia affondando nelle dune, con il képi bianco e il fazzoletto sulla nuca? Quale rabbia tormenta quell’altro, lo sguardo fosco e affamato tra i lupanari del village negre di Sidi-bel-Abbès?
L’iconografia e il cinema ci hanno consegnato immagini di grande forza evocativa: ogni legionario è un mistero e una domanda, esattamente ciò che la Legione vuole proteggere e ciò che non vuole soddisfare. La letteratura ci ha proposto autobiografie più o meno autocelebrative e reticenti. Le testimonianze orali ci lasciano impressioni di memorie troppo rielaborate per essere credute. Ma nell’incrocio di queste fonti emerge una storia che è storia di uomini, assai più che storia di eserciti. Come quella impossibile del contabile fiammingo di inizio Novecento, paciosamente soddisfatto di sé e della propria vita, che si arruola nella Legione straniera perché una sera scopre di essere stato abbandonato dalla giovane moglie fuggita con il bambino piccolo. Due decenni di Marocco, perlustrazioni e battaglie nell’Atlante per rimuovere i ricordi, sabbia e disperazione, sino all’incontro finale col destino, i ribelli tuareg che lo colpiscono a morte insieme al giovane sottotenente che lo comanda. Ma quando i commilitoni frugano nelle loro tasche per recuperare un indirizzo o un ricordo, nel portafoglio del vecchio legionario trovano la foto di una donna bellissima in abito da sposa, la moglie mai dimenticata; in quella del sottotenente la foto della stessa donna anziana, la madre. Padre e figlio scappati l’uno all’altro per tutta la vita, morti l’uno sull’altro senza riconoscersi.
Sono storie di barricate e di passione, come quella risorgimentale di Carlo Pisacane, l’eroe biondo della spedizione di Sapri, ufficiale disertore dell’esercito borbonico per una fuga d’amore, poi legionario nel 1848 per sopravvivere all’esilio; o storie di rottura, come quella di Aage di Danimarca, principe di sangue reale insofferente e ribelle, che fugge dal protocollo della corte per trascorrere la vita tra i fortini dell’Algeria e del Rif, sporco di sudore e di sangue ma libero di doveri. O, ancora, storia d’Europa, come quella di Giuseppe Bottai, per vent’anni deputato e ministro di Mussolini, dopo il 25 luglio 1943 soldato semplice nascosto nella Legione, che a fine conflitto saluta sull’attenti de Gaulle nel porto di Marsiglia: è la guerra civile europea 1940-45 racchiusa in una cartolina, il generale antifascista vincitore che passa in rassegna i reparti, il ministro fascista sconfitto che si protegge nell’umiltà dell’anonimato.

Sul piano militare, quella della Legione è una storia di repressioni coloniali condotte senza pietà e senza tregua, crimini assolti dalla stampa politica coeva sotto la definizione compiacente di «processi di pacificazione». Tutto inizia nel 1831, quando il re Luigi Filippo «Égalité», portato al trono dalla rivoluzione liberale del Luglio parigino, decide di affidare ai volontari stranieri le incombenze della conquista dell’Algeria. Da allora e sino al 1962, quando la colonia ottiene l’indipendenza dopo sette anni di attentati e di guerra, il Nordafrica è la terra della Legione, con Sidi-bel-Abbès (fatta nascere dal nulla nel deserto) come casa madre e i campi trincerati del Marocco come immediata estensione operativa. In mezzo ci sono i conflitti in tutto il vasto impero coloniale della Francia: il Dahomey e il Madagascar, l’Indocina e il Corno d’Africa, il Gabon e il Ciad, con incursioni estemporanee nella guerra carlista di Spagna e nell’impresa di Massimiliano d’Asburgo in Messico. Oltre, naturalmente, ai due conflitti mondiali, dalle trincee delle Argonne del 1914, alla campagna del Danubio del 1945. Quelle che combatte la Legione sono guerre aspre e malate: guerre sporche, dove si uccide e si è uccisi, si infliggono tormenti e si subiscono supplizi, si torturano i prigionieri catturati e ci si spara alla testa per non farsi catturare. Sales guerres, sporche guerre, dove la Francia manda i figliastri per risparmiare i figli: dove si scrivono pagine di resistenza estrema, consumate nell’obbedienza a strategie sbagliate, come a Dien Bien Phu, nella giungla del Tonchino; oppure pagine di vergogna, come nella battaglia di Algeri, denunciata dai superstiti e raccontata dalle immagini di Pontecorvo.
C’è poco onore nelle repressioni coloniali: ma forse proprio per questo la Legione costruisce il mito di un onore autoreferenziale, proposto come modello identitario a tutti gli arruolati, il mito di Camerone. Nel Messico del 1863, la compagnia del capitano Danjou, incaricata di presidiare una strada dove deve transitare un convoglio di armi e di viveri, viene attaccata da un numero soverchiarne di nemici: 3 ufficiali e 62 soldati resistono per una giornata intera asserragliati tra le mura sbrecciate di una hacienda, tormentati dalle pallottole, dal caldo, dalla sete, dal fetore dei morti, preferendo il massacro collettivo all’umiliazione della resa. Camerone insegna l’orgoglio di un combattentismo astratto, dove il valore risiede nel modo in cui si combatte e si muore, non nelle ragioni che si difendono. Perché le ragioni dei legionari esistono a prescindere dalle domande e dalle contingenze, esistono da sempre e sono sempre le stesse: la Francia, l’obbedienza ai superiori, la solidarietà con i commilitoni, la resistenza fisica alla fatica, il coraggio, la volontà di non cedere mai. È per questo che la memoria della Legione non è una rassegna di vittorie, ma un elenco di lutti: il sacrificio estremo è la sublimazione del combattente legionario, l’unico valore di guerre com¬battute senza spiegazioni; e forse è anche il solo esito possibile dei suoi tormenti esistenziali.
Le statistiche sull’arruolamento della Legione sono un compendio della storia d’Europa. Nei primi anni ci sono gli sconfitti delle rivoluzioni nazionali, gli idealisti italiani del 1830 e del 1848, gli insorti liberali di Vienna e di Budapest i democratici francesi che cambiano nome e si iscrivono come svizzeri o belgi. Nel 1920-21 c’è l’afflusso dei russi bianchi cacciati dall’Armata Rossa bolscevica; nel 1939 i repubblicani spagnoli in fuga dalla Falange franchista; nel 1945 i fascisti e i nazisti con un passato scomodo da far dimenticare; nel 1956 e nel 1968 gli ungheresi e i cecoslovacchi schiacciati dai carri armati sovietici; dopo il 1989, gli slavi in cerca di Occidente e di futuro. Tra un’ondata di sconfitti politici e l’altra, ci sono i legionari comuni, quelli che non hanno alle spalle il rimpianto di un progetto, ma solo le turbolenze di un’esistenza sempre ai limiti del possibile; e ci sono quelli che hanno fame, l’urgenza motivazionale più frequente di tutti gli eserciti mercenari.
I film con Jean Gabin e Gary Cooper hanno veicolato nell’immaginario collettivo un legionario dannato, infelice e generoso, il legionario da pellicola che commuove e innamora. Difficile riconoscerne il profilo nelle testimonianze acide dei reduci del Tonchino, eccitati nel ricordare lo stupro di donne vietnamite «qui l’ont trop étroite» («che l’hanno troppo stretta»); o nelle memorie del legionario siciliano che raccontando il pestaggio di un arabo ricorda solo il fastidio delle donne algerine, urlanti senza posa dietro le persiane delle case. La nobiltà d’animo verso i vinti non fa parte del legionario, perché non fa parte delle sales guerres che è chiamato a combattere. Ma al netto dei giudizi politici e morali sulla repressione nelle colonie, la dannazione dei singoli va riconosciuta come un elemento su cui costruire un racconto: forse non un racconto di storia, ma certo un racconto di uomini, con le loro colpe, le loro pene e le loro rimozioni.

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