Gli storici ora sminuiscono le responsabilità del Kaiser

Il Kaiser Guglielmo II (1859-1941)

Il Kaiser Guglielmo II (1859-1941)

La ricorrenza del centenario della prima guerra mondiale è stata l’occasione per l’uscita di numerosi testi, più o meno seri e originali, sull’argomento. Tre di questi sono stati recensiti dallo storico Roberto Coaloa su «Libero» di sabato 12 aprile 2014. Riproponiamo qui il testo dell’articolo.


La recente storiografia sulle origini e le cause della Grande Guerra, e in particolare quest’anno con il centenario del conflitto, tende a scardinare la celebre tesi dello storico tedesco Fritz Fischer sulle responsabilità del Secondo Reich. Anzi sempre di più si ritorna a ribadire che la Germania non fu la sola colpevole, facendo una clamorosa eco alle parole di David Lloyd George, convinto che alla vigilia del 1914 «le nazioni strisciavano sull’orlo del calderone bollente della guerra senza alcuna traccia di paura o sgomento».
Quella del 1914, quindi, non fu solo la guerra provocata dagli Imperi Centrali e in particolare dal Kaiser Guglielmo II. Ora, finalmente, si scoprono le tendenze pacifiste dell’Arciduca Francesco Ferdinando, assassinato a Sarajevo, mostrando invece le responsabilità di Stati perturbatori della pace europea, come Italia e Serbia, come ha proposto l’originale volume La scintilla di Franco Cardini e Sergio Valzania (Mondadori, pp. 200, € 19).
A conti fatti, però, l’attuale storiografia sembra più interessata a domandarsi come e perché nella fatidica estate del 1914 l’Europa abbia finito per percepire la guerra come un’ipotesi più realistica della pace. Margaret MacMillan (canadese, docente a Oxford) in 1914. Come la luce si spense sul mondo di ieri (Rizzoli, pp. 784, € 28), si domanda: «Che cosa credevano di ottenere gli uomini da cui dipendeva il destino del continente? Perché rinunciarono a cercare soluzioni pacifiche, come avevano già fatto in passato? In breve: perché il meccanismo della pace si inceppò?»
Sullo stesso solco interpretativo si pone lo storico Christopher Clark (professore di storia a Cambridge), I sonnambuli. Come l’Europa arrivò alla Grande Guerra (Laterza, pp. 716, € 35). È lui a ribadire con forza la necessità di ritornare al dibattito sulle cause del conflitto, che in realtà si aprì quando ancora non erano stati esplosi i primi colpi, generando una letteratura storiografica senza precedenti per vastità e tensione morale. Lavoro necessario perché gli orrori cui l’Europa ha assistito nel ventesimo secolo – le dittature comuniste, naziste, fasciste, la Seconda guerra mondiale e molti problemi dell’attuale Europa, non ancora unita culturalmente – derivano da questa immane catastrofe innescata dalla morte di Francesco Ferdinando a Sarajevo il 28 giugno 1914.
L’opera di Margaret MacMillan, sorretta da una raffinata scrittura, riporta il sapore di un’epoca, quella che precede la catastrofe del conflitto: l’altra faccia del solare medaglione della Belle Époque (che ebbe la sua apoteosi nell’Esposizione universale di Parigi, inaugurata il 14 aprile 1900 dal presidente della Repubblica Émile Loubet con una sfarzosa e solenne cerimonia, e che, visitata da oltre 50 milioni di persone, si sarebbe rivelata un successo colossale). Nell’epoca della modernità trionfante, la studiosa scandaglia gli abissi neri dell’uomo europeo di fine Ottocento, rilevando quelle sfumature – espresse da Nietzsche – di décadence e “fine secolo”.
Il volume della studiosa canadese, 1914, ci propone anche un’altra chiave di lettura sulle cause della Grande Guerra: l’irruzione del fato, dell’errore e delle decisioni prese fuori tempo massimo. Osserva l’autrice: «Questo vale per il 1914 come per il nostro tempo. La macchina governativa tedesca (come d’altra parte quella russa), era talmente complessa e inefficiente che spesso neppure i massimi decisori erano al corrente dei piani militari, anche quando taluni aspetti avevano implicazioni politiche. Francesco Ferdinando, l’arciduca austriaco assassinato a Sarajevo, teneva testa da anni alle forze che premevano per risolvere con la guerra i problemi dell’impero austroungarico. Triste ironia, la sua morte fece uscire di scena l’unico uomo in grado di impedire al suo Paese di dichiarare guerra alla Serbia, innescando una fatale reazione a catena. L’attentato di Sarajevo coincise con l’inizio delle ferie estive. Quando la crisi iniziò a dilagare gli statisti, i diplomatici e i leader militari europei non erano più ai loro posti nelle capitali. Il ministro degli Esteri britannico, Sir Edward Grey, si stava dedicando al suo hobby, l’osservazione degli uccelli nel loro habitat naturale. Il presidente francese e il suo primo ministro erano partiti per un viaggio in Russia e nella regione baltica».
Sembra proprio che alla vigilia della guerra, nessuno fosse al proprio posto. Aggiungiamo che il Kaiser Guglielmo era a Kiel per le regate con il suo yacht Meteor, il suo capo di stato maggiore, Moltke, era alle terme a Karlsbad e il capo della Marina, Tirpitz, in Engadina. Responsabilità di nessuno? Forse. È affascinante quindi la tesi sostenuta da Clark in The Sleepwalkers: re, imperatori, ministri, ambasciatori, generali, tutti coloro che avevano le leve del potere erano, nel 1914, come dei sonnambuli, apparentemente vigili, tormentati da inquietanti rovelli interiori, completamente ciechi però dinnanzi alla realtà dell’orrore che stava per sconvolgere il mondo.
Quindi, ritornando alle cause della Grande Guerra, la responsabilità è di tutti? Soprattutto dell’inettitudine delle élites europee alla vigilia del conflitto? Sì, sicuramente, ma come sottolinea Clark, e con maggior forza Cardini e Valzania, se occorre cercare ogni dettaglio della crisi del 1914, bisogna essere acuti sulle cause balcaniche del conflitto. Proprio a Sarajevo fu accesa la miccia della bomba che l’Italia innescò con l’aver indebolito nel 1911 l’Impero ottomano, favorendo l’espansione della Serbia.
Il dibattito sulle cause del primo conflitto mondiale è nuovamente aperto.

Roberto Coaloa

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