Grande Guerra. L’ammirazione di Trevelyan per i nostri soldati.

George Macaulay Trevelyan

George Macaulay Trevelyan

Proponiamo la recensione di Roberto Coaloa a Scene della guerra d’Italia apparsa su «Libero» di giovedì 29 gennaio 2015, con uno stralcio del saggio (le pagine dedicate a Caporetto) e alcune considerazioni suscitate da un recente simposio tra studiosi.


 

Di George Macaulay Trevelyan (1876-1962), tra i più celebri storici britannici, è appena uscito Scene della guerra d’Italia (Introduzione di Mario Isnenghi, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, pagg. 178, € 24). La prima edizione italiana fu pubblicata all’indomani del conflitto, nel 1919, a Bologna, da Nicola Zanichelli. Un libro importante, scritto come un reportage di guerra, da un professore di Cambridge che scelse di seguire le vicende belliche da vicino.
Trevelyan abbandonò il suo buen retiro, tra biblioteche neogotiche, libri preziosi e abiti di flanella, e si dedicò in Italia, nel fango delle trincee, al soccorso dei feriti di guerra. Per questo – partecipare a quello che a lui pareva l’ultimo atto del Risorgimento italiano – Trevelyan convinse il ministero della Guerra britannico a inviarlo in Italia con una unità da ambulanze motorizzate che furono impiegate attivamente dal primo all’ultimo giorno di guerra, in prima linea.
Trevelyan, con orgoglio, nota alla fine del volume: «La Croce Rossa Britannica in Italia trasportò durante la guerra 400.000 fra malati e feriti, compresi 177.522 trasportati dalla nostra Sezione, dei quali 40.918 in barella. Le autoambulanze della nostra sezione percorsero 1.319.316 chilometri».
L’opera di Trevelyan è un testo rivelatore di uno spirito partigiano: biografo di Garibaldi, lo storico britannico poneva l’anno 1870 come l’inizio della fine. La Grande Guerra doveva essere – per L’Europa intrisa di ideali rivoluzionari e progressista – la fine del militarismo del Reich. Non era stato Garibaldi a combattere in quella lontana guerra franco-prussiana, invano, contro il pericolo tedesco? Trevelyan, quindi, come facile strumento della propaganda? Difficile da credere. Però stupisce la sua ammirazione senza limiti per il fante italiano. Lo storico britannico apprezza degli italiani del 1915-1918 l’organizzazione ingegneristica, quasi da antichi romani. Le capacità dell’arma del Genio appaiono superiori agli altri eserciti. Trevelyan assiste alla costruzione di percorsi che portano automobili fino alle vette alpine, come la strada delle trentadue gallerie sul Pasubio; vede ogni vetta riempirsi in poche ore di migliaia di fili, le teleferiche. Appena conquistato, il Sabotino è traforato e riempito di cannoni in alta quota. Desta stupore nello studioso di oggi, vedere Trevelyan avvalorare in pieno la tesi del generale Luigi Cadorna sullo sciopero dei soldati a Caporetto: un esercito reclutato tra gli operai delle fabbriche di proiettili torinesi che avevano partecipato ai moti pacifisti dell’agosto 1917.
Scrive Trevelyan:
«Il cataclisma scoppiò come un fulmine a ciel sereno. Rovinò quasi l’Italia e per poco non compromise la causa degli Alleati, ma finì per dare alla prima rinnovati propositi e una nuova disciplina nazionale, ai secondi una più stretta unità. La storia, ossequiosa all’istintiva simpatia del popolo per il sintetico e il pittoresco, ha già deciso di dare a tutto quel complesso di grandi avvenimenti il nome di una minuscola cittadina alpestre. I vari significati della parola “Caporetto”; le cause immense e complicate del disastro, del quale l’irruzione militare in quattro province e la ripresa sul Piave non sono che puri episodi simbolici; il carattere e la mentalità della nazione, i pregi e i difetti del suo sistema politico e di quello educativo; gli atteggiamenti verso la guerra delle varie classi e dei vari partiti; la propaganda nemica; le privazioni dei soldati al fronte; la strategia mondiale di Ludendorff e la nuova tattica dei tedeschi; l’opera di Cadorna e dei suoi dipendenti; il convegno degli Alleati a Rapallo; e tutte le mutevoli vicende di quella immane invernale battaglia campale – tutto ciò riempirà in avvenire volumi e biblioteche intere. (…)
In primo luogo vi furono dei reggimenti i quali, premeditatamente, abbandonarono il proprio posto e si arresero di proposito. Questo è “Caporetto” nel senso più ristretto e più preciso, perché il tradimento avvenne soltanto in questa zona geografica; ma Caporetto, sfortunatamente, era la chiave di tutta la posizione strategica. Il fenomeno della resa volontaria si era talmente ripetuto nell’esercito austriaco dal tempo delle prime battaglie intorno a Leopoli, che per reprimerlo era stato creato un complicato sistema imperniato sulla fedeltà di alcuni dei mitraglieri; ma era stato tanto eccezionale nell’esercito italiano, che prese alla sprovvista i comandanti, i quali avrebbero dovuto prevenirlo, e li riempì improvvisamente di un sentimento simile al panico.»
Mario Isnenghi commenta: «La storiografia su Caporetto è andata molto oltre le illazioni di allora, ma questo è quel che ritiene tra il 1915 e il 1918 Trevelyan e uno dei motivi di interesse della riedizione sta anche qui, nel ridare visibilità ai modi in cui – fra sospetti e affabulazioni – una sconfitta diventa Caporetto».
A noi storici, quindi, la necessità di riflettere su queste pagine. Ritornare sul già pubblicato, ma non dimenticando il compito di scovare nuove fonti storiche sull’entourage di Luigi Cadorna e del Re, tra Caporetto e Vittorio Veneto (per scrivere non solo sulle responsabilità di Pietro Badoglio, ma anche per notare le nuove strategie di Armando Diaz, affiancato da Ugo Cavallero e da una nuova élite militare). Perché senza documenti non c’è storia!

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