Hitler e l’archeologo

Hitler, Mussolini e Bianchi Bandinelli (1938)

Hitler, Mussolini e Bianchi Bandinelli (1938)

Ranuccio Bianchi Bandinelli (1900-1975), rampollo di una antica casata senese, fu illustre archeologo e storico dell’arte. Insegnò Archeologia dapprima a Cagliari, poi a Pisa, quindi a Firenze. Nel 1935 fondò la rivista La Critica d’Arte, ispirata al metodo storicistico idealista di Croce. Fu autore di innumerevoli saggi e articoli sui quali si formò una vera e propria scuola destinata a rinnovare profondamente gli studi archeologici in Italia. Pur essendosi sottoposto al giuramento fascista come docente universitario, con il passare degli anni il suo atteggiamento politico si fece sempre più nettamente antifascista, aderendo agli ideali liberalsocialisti di Gobetti e Rosselli; nel dopoguerra si avvicinò sempre più al marxismo, aderendo al PCI, fino a diventarne membro del potente Comitato centrale.
Nel 1938, in occasione della visita di Hitler in Italia, le autorità invitarono il professor Bianchi Bandinelli ad accompagnare come guida d’eccezione il dittatore tedesco e Mussolini nell’illustrare le bellezze artistiche di Roma e Firenze.
Proponiamo a questo riguardo un brano tratto dal volume Dal Piacere alla Dolce vita, riguardante proprio le vicende di quella storica visita.


Verso la metà di marzo del 1938 un telegramma del ministero della Pubblica istruzione pregava il prof. Ranuccio Bianchi Bandinelli (che abitava a Firenze e che in quel momento era un giovane ma già valente professore di storia dell’arte all’università di Pisa) di presentarsi al più presto a Roma. Arrivato al ministero. Bianchi Bandinelli (questa almeno la sua versione dei fatti) apprese con un certo stupore la ragione di quella chiamata. Da un alto funzionario, che vedeva per la prima volta, gli fu chiesto di accompagnare Hitler, che di lì a poco sarebbe giunto in visita ufficiale in Italia, per musei e gallerie di Roma e di Firenze, data la sua vasta cultura, non solo archeologica, e la sua padronanza della lingua tedesca.
Il fatto era che il nostro nutriva già da tempo sentimenti antifascisti e una particolare avversione per il Führer tedesco. Cosa che fece presente ai funzionari ministeriali e persino al capo di gabinetto del ministero, senza tuttavia riuscire, anche in questo caso con sua enorme sorpresa, a far loro cambiare minimamente idea.
In quei giorni la sua città, Firenze, era già tutta un cantiere di lavoro. Si pavimentavano a nuovo le strade; si imbiancavano case e palazzi; si rifacevano in cemento le cimase di pietra serena delle spallette sui Lungarni. Si rinnovava persino l’immagine di Ponte Vecchio. L’attenzione del giovane studioso era già stata attirata sulle finestrelle del corridoio che unisce gli Uffizi a Palazzo Pitti. Da una di quelle – aveva fantasticato nei suoi dormiveglia notturni – sarebbe stato facile far penetrare una bomba per colpire l’illustre ospite al momento del suo passaggio. La cosa era del tutta fantasiosa ma, come egli seppe più tardi, quel corridoio aveva effettivamente dato molta preoccupazione alla polizia nazista ed era stato quindi chiuso in occasione della visita. Si immagini quindi la sua eccitazione quando seppe che effettivamente a lui sarebbe toccato di accompagnare Hitler e Mussolini in quello e in altri luoghi conoscendo alla perfezione in anticipo il programma prestabilito, i minuti e i secondi di quelle visite. Se mai un attentato, persino duplice, avesse avuto la possibilità di essere organizzato ed eseguito con certezza, questa sarebbe stata la migliore occasione possibile.
Bianchi Bandinelli cominciò a fare delle prove, anche per vedere se la sua abitazione fosse sorvegliata o se lui fosse pedinato. Niente. Prese ad andare a cena, nei giorni precedenti all’incontro, con persone notoriamente antifasciste. Niente. Tutto – pensò – era dunque possibile. Ma con chi entrare in contatto? Con chi organizzare l’attentato? Gli oppositori attivi erano tutti clandestini e a lui sostanzialmente sconosciuti.
In breve, non successe nulla. L’illustre archeologo fu costretto a fare da cicerone ai due dittatori e a studiarne da vicino le caratteristiche. Di Mussolini lo colpì l’aperto istrionismo, di Hitler la capacità di simulazione e di inganno. Il Führer arrivò persino a dirgli che un giorno, quando lutto fosse stato messo in ordine in Germania, gli sarebbe piaciuto tornare in Italia e magari prendersi una villetta nei dintorni di Roma per poter visitare musei e monumenti in incognito. Sì, perché si considerava, e soprattutto era considerato dai suoi cortigiani, un vero artista. Lui, che aveva allontanato dai musei tedeschi come dannosi i Manet, i Cézanne e i Van Gogh, per fare spazio alle opere del prof. Ziegler! A Firenze, sulla porta di Palazzo Vecchio, terminò l’incarico del giovane studioso di fare, se vogliamo dire così, da “duce” ai due dittatori. Lasciando il passo ai personaggi autorevoli, senza prender congedo, pensò bene di doversi eclissare nell’ombra del cortile. Il difficile, come annotò successivamente nei suoi diari, fu rimanervi, nell’ombra. Se i ministeri italiani lo dimenticarono presto, an¬che perché lui non si fece più vivo, i tedeschi cominciarono invece a perseguitarlo con inviti ufficiali, con richieste di tener conferenze in varie città su come il Führer aveva vissuto l’arte italiana, e con richieste di interviste. Ma quell’esperienza poteva bastare. Bianchi Bandinelli, che sarà in seguito uno dei più importanti rappresentanti della cultura marxista in Italia e un membro autorevole del partito comunista, non aveva proprio più voglia di svolgere un ruolo di quel genere, e soprattutto, come aveva dovuto fare durante le giornate romane e fiorentine, di indossare una sia pur scalcinata divisa da fascista acquistata a un prezzo modico all’Unione militare.

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