Il Convegno di Peschiera (8 novembre 1917)

Vittorio Emanuele III parla al convegno di Peschiera

Vittorio Emanuele III parla al convegno di Peschiera

L’8 novembre 1917, pochi giorni dopo la grave sconfitta subita dalle truppe italiane sull’Isonzo nella dodicesima battaglia e la conseguente ritirata, prima al Tagliamento e poi al Piave, i rappresentanti di Italia (con re Vittorio Emanuele III), Gran Bretagna e Francia si incontrarono a Peschiera del Garda per analizzare la situazione militare e studiare le necessarie contromisure. Le decisioni adottate a Peschiera risulteranno fondamentali per la successiva condotta della guerra e per le controffensive del 1918.

Proponiamo in proposito due interventi: uno è un dettagliato studio del generale Pietro Grassi, l’altro è il resoconto scritto dal giornalista Ugo Ojetti, inviato del «Corriere della Sera», in occasione dell’inaugurazione di una lapide a ricordo della conferenza, l’8 novembre 1923 (da Cose viste, vol. II, Milano, Treves, 1924, pp. 159-168).

Articolo Generale Grassi


Ugo Ojetti

IL RE A PESCHIERA

Firenze, 9 novembre.

Ieri hanno scoperto a Peschiera una lapide sulla facciata della casa dov’era sei anni fa il Comando di presidio: una casa nana e massiccia come una casamatta dei tempi del Quadrilatero. La lapide ricorda che il nostro Re, dopo Caporetto, s’incontrò lì coi capi del Governo e degli eserciti alleati. E oggi Orlando ha narrato ciò che il Re seppe dire e concludere quella mattina. Perché ha aspettato sei anni a dirlo, non so. Credeva, proprio lui, che ne avrebbe parlato Sonnino?

Quella mattina a Peschiera pioveva a dirotto. II cielo sereno da agli uomini peggio percossi dalla sorte, come noi allora, l’illusione che anche la divinità o la natura si facciano alla fine benigne e che ciascuno di essi diventi il favorito del destino e il centro dell’universo sotto il limpido sguardo degli astri propizi; e così egli esala in quell’immaginata e infinita armonia la sua pena e quasi se ne vuota il petto. — Dio è con noi. — Nelle tante volte che gli uomini se lo son detto e se ne sono convinti, certo non diluviava a vento come quel giorno a Peschiera. Le nuvole buie radevano le torri del castello. Acqua sopra, acqua sotto: il Mincio che là è ancora fatto di venti fiumicelli e di cento rivi algosi, il lago che spinto dal tramontano rigurgitava, i rigagnoli sulle strade melmose, gli alberi che ad ogni folata rovesciavano scrosci d’acqua sul cerchio delle loro foglie morte. Sotto il peso dei nembi ci si sentiva soli nel mondo malfido, tutto in agguato dietro la cortina livida e gelida: tanto soli che s’aveva subito la misura d’ogni uomo, perché nessuno, stretto da quell’angustia, poteva sperare in altri che in se stesso: nemmeno l’Italia.

Nel treno che portava Orlando e Sonnino, Lloyd George e Robertson, Painlevé, Foch e Franklin-Rouillon, bastava parlare cinque minuti con chiunque del seguito alleato, fosse pure con la magra segretaria di Lloyd George vestita di larghe pellicce e di molli sete, per accorgersi che quelli non pensavano a noi ma a sé stessi. Da questo fronte per essi minore e provinciale, da questa linea che era per essi solo un fianco del gran fronte col pennacchio francese ed inglese, poteva, dopo Caporetto, venire ad essi un pericolo serio? Per evitare que­sto pericolo bastava fermarsi, come da soli c’eravamo fermati, sul Piave? O bisognava giungere all’Adige? Al Mincio? All’Oglio? Non lo dicevano nelle sedute ufficiali, cosi chiaro e così tondo. Ma appena riuscivano, senza averne l’aria, a parlarne con uno di noi caudatari in un corridoio del treno, le spalle contro il vetro appannato dalla piova sulla soglia d’una cabina col letto disfatto, tiravano fuori una carta geografica e una matita turchina. — L’Adige ou est-il?I beg your pardon, which is the name of this big river, here? It is a big river, is it not? — Per loro era carta; per noi, carne viva. In quell’attimo, la punta della loro matita era un bisturi che correva incerto sulla nostra pelle, punzecchiandola, cercando dove incidere, dove cominciare il primo taglio per la grande amputazione. Se sussultavamo, ribellandoci, niente paura: chirurghi maestri. Ne dubitavamo? Ignoranza no­stra. — Vous avez visite notre front, n’est-ce pas? II faudrait vous faire parler avec Foch. — Non le grandi città soltanto, ma anche le borgate, Este o Monselice, Soave o Sabbioneta, Schio o Lonigo, a quel titubare dell’indifferente matita, ci balenavano nella memoria come pallidi volti, a noi che le conoscevamo a una a una e le adoravamo, e le loro torri e i loro campanili erano braccia tese. Se almeno quei dialoghetti volanti li avessimo potuti risolvere in un caffè o in un albergo, con argomenti liberi e chiari…. Li s’era impalati nell’uniforme, sull’attenti, le parole stillate col contagocce.

Forse anche questa impassibilità di prammatica ci faceva sensibili come corde tese. Solo il confronto tra il vagone «salon» degl’inglesi, d’acero chiaro, le tendine di seta color verde glauco, i fiori sui tavolini, i congegni precisi, ogni angolo lustro e utile come su una nave, e il vecchio vagone del nostro Governo, con le poltrone coperte di gualdrappe di lana rossa che parevano fodere, con una tavola a ribalta, listata di mogano, macchiata d’inchiostro, instabile come il tavolino d’un giocoliere o d’uno spiritista, ci dava sui nervi. Ogni svario del francese di Orlando ci allegava i denti. Quel momento in cui Franklin-Bouillon gli mise in mano una matita perché gl’indicasse sul­la carta il Montello, ce Montello dont tout le monde nous parle, e per un attimo quel galantuomo che certo avrebbe dato la vita perché noi si fosse ancora a Gorizia e sul Carso, non riuscì nella rete dei fiumi e delle strade a pescarlo, avremmo voluto che il treno con tutti i ministri e i generali si rovesciasse di schianto. Sentivamo che s’era come all’esame: un esame per cui quelli giudicavano della vita e della forza d’Italia dalla precisione del francese d’un ministro, dalla pulizia del colletto d’un segretario, dall’inchino troppo servizievole d’un ferroviere, dal sapore d’un te o dal ritardo d’un orologio. Quando s’arriva a Peschiera, alla stazione non si trova che l’automobile della missione inglese; e questa 1’offre ai francesi, l’offre agl’italiani, quasi che sia l’ultima auto­mobile lasciata da tedeschi e da austriaci all’esercito italiano, mentre a mezz’ora di li, a Verona, e un parco da fare invidia a re Giorgio.

II conte A. che accompagna Sonnino, si accomoda con me in un biroccino, e si parte sotto l’acqua. Al Comando di presi­dio, due territoriali ci mostrano le stanze spazzate con bei ghirigori d’acqua, ma più gelide della faccia del generale Robertson. Il capo del presidio è a letto con una febbre reumatica. Si carica di legna una stufa. Si raccolgono nella stanza più grande tutte le sedie e i tavolini del povero ufficio. Si telefona a Verona al generale Tagliaferri, intendente dell’armata di Pecori-Giraldi, perché mandi tre o quattro automobili ben lustre e ben chiuse, degne di tante glorie. Ma prima sopraggiunge l’automobile della Divisione francese. Essa e quella inglese, facendo la spola tra stazione e Comando, tra­sportano tutte le autorità, anche le nostre, coi loro segretari e portafogli. Un ufficiale del seguito di Robertson mi chiede in buon francese, con l’aria soddisfatta che hanno gl’inglesi quando ascoltano se stessi parlare una lingua straniera: — Monsieur Lloyd George voudrait savoir si Von va dejeuner ici, — e m’offre in un portasigarette d’oro una sigaretta egiziana. Franklin-Bouillon, sempre pronto a interloquire, mette tra noi due, il suo pancino autorevole, a me regala un sorriso, a quello addirittura una colazione: — Nous avons fait venir un vagon-restaurant. Vous dejeunerez avec nous. — Nous, i francesi, vous gli inglesi. Ma i padroni di casa, finora, non siamo noi? II commendator G., della Pubblica Sicurezza, che accompagna l’onorevole Or­lando, riprende il biroccino, corre alla sta­zione, annuncia al conduttore del vagone (mi perdoni, del Lungo) restaurant che il Governo italiano paga a tutti colazione, pranzo, tè, latte, sigari, liquori, lingue di pappagallo, se ce n’è. E ancora diluvia. Su al primo piano, in inglese e in francese, si protesta che fa freddo, che una stufa sola e poco, e niente. Si protesta gentilmente, ovattando i sostantivi d’aggettivi e di sorrisi. L’inglese che ha pensato alla co­lazione di Lloyd George, suggerisce che sarebbe più pratico, se fossimo in tempo, chiedere al Re d’andare sul treno perché il treno, almeno, è riscaldato.

S’ode tra la nebbia la tromba d’un’auto­mobile. M’affaccio sulla soglia. Un territorialone lungo lungo che avevamo spedito in piazza a comprar candele, arriva trafelato, mi mette nelle mani quattro candele, mi grida addosso: — II Re, il Re! — Ed ecco la grande automobile grigia del Re. Si ferma davanti alla porta. Di sotto il mantice spunta la faccia aguzza, rosea e cordiale del generale Cittadini. Scende più lento, il ministro Mattioli, vestito da capitano del Genio. Scende Sua Maestà. E d’un colpo tutta la confusione, le incertezze, le impazienze, i mezzi sorrisi, le velate proteste, tutto e tutti passano ordinatamente in sottordine. II Re, il capo d’Italia. Lui, il Montello sa dov’è. Lui sa tutto. II suo francese e il suo inglese non hanno bisogno di commenti. La sua calma e la sua fede, niente le scuote. Lassù, a capo di quel rozzo tavolone, siederà lui, finalmente, e nessun altro. Si ferma sulla soglia, sbottona il suo pastrano, ci guarda in viso a uno a uno, con quell’impercettibile scossa del capo che gli e propria, saluta quelli che riconosce, e par che li conti. Aggrotta e riapre i suoi occhi chiari come a sciogliere i muscoli della fac­cia dal gelo della corsa. Quel volto ossuto ed inciso, ecco, già lo vediamo davanti ai volti grassi e rotondi di Painlevé e di Fran­klin-Bouillon, davanti alla faccia in caucciù di Lloyd George. II Re e solo davanti a tutti, per quell’attimo, sulla soglia dell’androne basso e buio. Dice, non so a chi: — Si va su, — come se già conoscesse anche quella casa, lui, un Savoia, dal 30 maggio 1848 quando i piemontesi di Manno presero Peschiera agli austriaci. Orlando e Sonnino scendono le scale, vengono incontro al Re.

Quello che accadde allora, quello che disse il Re, quello che alleati e italiani, sotto la presidenza di Vittorio Emanuele, si dissero e stabilirono, io non so. Più di due ore dopo, inglesi e francesi uscirono, salirono nelle nostre belle automobili giunte da Verona, tornarono alla stazione e al treno. II Re rimase al Comando di presidio coi due ministri italiani. La loro colazione fu quella frugalissima portata da lui nella sua automobile. Dopo, quando anche Or­lando e Sonnino tornarono in treno, il tre­no riparti per Milano. Continuava a diluviare; ma tutti sembravano mutati. I fran­cesi ci dicevano: — C’est un roi, — con l’aria di repubblicani che se ne intendono: un’aria che assomiglia a quella con cui gli scapoli guardano la moglie degli altri. II barone Sonnino, con noi italiani, s’era fatto loquace. Cercava, com’era la sua abitudine, l’espressione concisa e l’immagine esatta an­che per definire il rovescio di Caporetto, lo stato dell’esercito, l’animo delle truppe. Citava Voltaire: — Quand les hommes s’at-troupent, les oreilles s’allongent. — Aggiungeva: — L’esercito oggi e come una macchina smontata, i pezzi ci sono tutti, mancano le viti. Diaz le ritroverà. — Proprio in quell’ora il generale Cadorna cedeva il comando supremo al generale Diaz. Mi parlò del senatore Leopoldo Franchetti che s’era ucciso e al quale era stato legato per cinquant’anni da un affetto fraterno: — Non aveva il diritto d’uccidersi. Anche un grano di sabbia può essere utile oggi. — Era seduto presso un vetro, una gamba sull’altra, le due mani sulle ginocchia. Sillabo: — Certe consolazioni, oggi, non dobbiamo prendercele. — Poi sfregò con la mano il vetro per guardar fuori, per nascondermi quel suo fiero volto rosso e bianco.

S’era a Brescia; e ancora pioveva. Sul marciapiede della stazione trovai il giovane colonnello Pratolongo del comando del Terzo Corpo. — Notizie? — Buone. — Da quanti giorni non udivo una risposta siffatta? La buona notizia era la neve. Su tutte le Giudicarie, sull’Adamello, sul Tonale, da tre giorni nevicava, la neve sbarrava tutti i passi, la neve difendeva l’Italia, il temuto aggiramento di lassù diventava impossibile. Orlando, Lloyd George, Painlevé, Franklin-Bouillon fecero circolo intorno a quell’ufficiale alto snello sicuro. Per quanto ci affannassimo a tradurre, quelli non capivano: le Alpi non erano della loro guerra. Finalmente capirono: la neve, i valichi, il confine chiuso, le linee salve. Alla fine di quella ansiosa giornata, ecco, anche la pioggia ghiaccia, continua, pungente, che lassù era neve, ci parve amica. Rientravamo in regola col nostro destino.

Proprio in quel settore sostava la Divisione giunta di Francia. Painlevé e Fran­klin-Bouillon, per andare a salutarla, scendevano a Brescia. Lloyd George sul predellino del suo vagone si senti alla ribalta. Agitò il suo cappelluccio come una bandiera, percorse con lo sguardo quel po’ di folla raccolta dietro al capostazione, a gran voce lancio ai due francesi: — Drive back the ennemy! Ricacciate il nemico! — Quelli, perché faceva freddo, si rimisero il cappello. II treno fischiettando partì.

Print Friendly, PDF & Email
This entry was posted in Prima guerra mondiale, Storia contemporanea and tagged , , , . Bookmark the permalink.

2 Responses to Il Convegno di Peschiera (8 novembre 1917)

  1. Ho letto con molta cura gli scritti di Grassi ed Ojetti,e mi sono reso conto che che l’8 settembre 1943 la scelta di lasciare Roma è stata una mossa obbligata;comunque a Roma c’erano sette divisioni delle quali tre corazzate.

    • temidistoria says:

      In effetti la situazione era caotica, anche a causa del fatto che gli angloamericani diffidavano dei vertici dello Stato italiano.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.