Livio Jannattoni – “Mastro Titta boja di Roma”

Mastro_Titta
Emblematico sinonimo di «boja», Mastro Titta operò come esecutore di «giustizie» dal 1796 al 1864 per un totale di 516 condanne a morte. La sua figura è rievocata in questo libro del giornalista Livio Jannattoni (1916-1992), pubblicato nel 1984 (Lucarini, Roma, 187 pp., ill.) attraverso una serie di fondamentali testimonianze e documenti letterari e iconografici, offrendo un quadro vivo e agghiacciante di quegli autentici « spettacoli » che furono le esecuzioni svolte a Roma nelle piazze del Popolo e di ponte S. Angelo o in via dei Cerchi. Mastro Titta diventa inoltre lo spunto per rivisitare l’amministrazione della giustizia a Roma dal XIV al XIX secolo, nelle varie «divagazioni» da forca e patibolo, con squarto, mazzola, mannaja, ghigliottina e rogo. Ed ecco una serie di fatti di «cronaca nera» riproposti dal diario dell’abate Ghezzi, ecco un terrificante elenco dei liberi pensatori bruciati e un saggio sul Museo criminologico di via del Gonfalone; dodici sonetti del Belli e i versi romaneschi di Romolo Lombardi testimoniano infine come nella poesia riescano a fondersi cronaca, storia e leggenda di un personaggio così caratteristico come il «boja» di Roma.
Proponiamo qui il testo della prefazione dell’Autore.


 

Molto di recente ha destato raccapriccio e fatto elevare proteste in tutto il mondo che si autoproclama civile, una sentenza emessa nell’Iran guidato da Khomeini. Una dittatura inflessibile, sotto la legge del Corano, che fa uso comune della punizione capitale. Nel caso in questione era tuttavia una donna a venire condannata a morte, e una donna che portava in grembo un bambino. La situazione, leggi alla mano, non aveva per nulla impressionato quei giudici. Si sarebbe semplicemente atteso che mettesse alla luce la sua creatura, prima di farla mettere a morte. Fortunatamente, sotto il clamore di quelle proteste, la pena verrà poi commutata.
Nessuno considerò allora che quel precetto, quella avvilente formula antiumana, la si poteva ritrovare pari pari negli ordinamenti penali di molte nazioni, in un passato abbastanza prossimo. Né si sarebbe mai immaginato che la medesima precisa norma stava lì, benissimo inserita, nel «Regolamento di procedura Criminale», vigente nello Stato Pontificio a partire dal 1832. E che lo stesso pontefice aveva letto e controfirmato l’articolo 694 di quella «Giustizia punitiva», che suona esattamente così: «Manifestandosi indizi di gravidanza in una Donna condannata a pena di morte, si sospende l’esecuzione sino a che non sia seguito il parto».
Gioacchino Belli, sempre attentissimo testimone, dedicò un sonetto a quella specie di codice, La Lègge, dell’8 aprile 1834. Con la è di lègge lasciata aperta, «larga», come dice lui, a bella posta. «Co’ bandi-generali», annotava poi, leggi effimere e di circostanza, consistenti in una farragine di fogli affissi in varii secoli e sotto varii costumi, si è sino ad ora giudicato in materia criminale. «L’arbitrio — commenta asciutto — vi si trovava come nel suo proprio regno. Oggi però è stato pubblicato un cosi-detto Codice criminale, i di cui benefica si potranno riconoscere dal tempo e dalle correzioni».
Sulla scorta di quel discutibile bagaglio legislativo, a Roma fino a poco più di un secolo fa si compivano «giustizie». Si tagliavano teste insomma. Magari con l’ausilio della ghigliottina. E appena da qualche anno si era smesso di «mazzolare», di «squartare». Per non parlare dei tratti di corda e simili. Sia però caso, sia frutto del naturale evolvere dei tempi, le forme più orrende di supplizio erano venute decrescendo, per fortuna, in maniera sensibile. In una recente pubblicazione di parte cattolica, documentatissima e fin dove possibile obiettiva, e dal suggestivo titolo La morte confortata, si è ricorso perfino ai diagrammi e alle tabelle statistiche per mostrare quel positivo cammino. C’erano voluti secoli, ma gli squartati vivi, i mazzolati squartati scannati, i bruciati vivi, i decapitati squartati, gli impiccati bruciati, gli attanagliati impiccati, e così per una ventina di voci, avevano finito per scomparire dagli editti e dalle cronache. E fino al 1870, poche settimane prima della breccia», erano rimasti, a tenere il campo delle «giustizie», soltanto sua maestà la Ghigliottina, e qualche rara volta il fucile.
Qui si è voluto raccontare in parte, in minima parte, quelle vicende, non nascondendo le simpatie per i «confortati», soprattutto quando lo meritavano, e non per i confortatori. Una conoscenza sommaria, ma precisa, in certe sue grandi linee. «Morte confortata», per le schiere di religiosi e di «fratelloni» che assolvevano quella missione di pietà, ma morte orribile per chi la riceveva. E morte ignobile per chi la dava. Soprattutto in una città come Roma, sede religiosa e politica assoluta, allora, di Pietro e dei suoi Vicari. Gli storici indagano, studiano, rivalutano. Tuttavia l’essenza elementare dei fatti rimane, e ci accompagna. Come il ricordo di Giordano Bruno, e di quella annotazione che lo riguarda. «Spogliato nudo e legato a un palo fu bruciato vivo». Quanto poi si vuole ancora conoscere, intorno a quei fatti, a quell’esercizio di «giustizia», è stato dimostrato dall’affollatissima partecipazione di visitatori (perfino il giorno dì Pasqua 1984) ad una mostra di strumenti di tortura del passato, che aveva anche un altro titolo: «Il volto peggiore dell’uomo». La spinta era pure data dalla curiosità, più o meno morbosa, e da quel pizzico di antiumanità che si annida sempre in ciascuno di noi.
Non tutto, in questo volume, è farina del sacco dell’autore. Estese trascrizioni, o semplici elenchi, sono stati ricavati, e talvolta revisionati, da opere altrui, con paternità ben dichiarata. Primi fra tutti, Ademollo e Domenico Orano. Ad essi va la mia
gratitudine, come va a Claudio Rendina, che è riuscito a strappare il dattiloscritto dall’iter procelloso, quanto vano, che varie circostanze gli avevano finora fatto subire. Grato a lui e, ovviamente, all’Editore, per questo felice epilogo. Come sono affettuosamente debitore verso mia figlia Cecilia per avermi tolto l’ingrata incombenza delle prime bozze.
L. J.
Roma – Monte Mario, settembre ‘84

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