Lo sciopero partigiano di Casale Monferrato

Partigiani della Banda “Tom” fucilati e insepolti

Gli antefatti

Già nel maggio 1945, poche settimane dopo la fine della guerra, erano comparsi davanti alla Corte d’Assise Straordinaria di Casale Monferrato sei fascisti accusati di aver trucidato, tra gli altri, il giorno 15 del trascorso gennaio i partigiani della “Banda Tom”.
Si trattava del maggiore della GNR Carlo Fornero, del tenente Mario Jannuzzi, del vicecomandante della Brigata Nera Carlo Ubertazzi, del maresciallo Lorenzo Barbano e dei militi Giovanni Zola e Luciano Martinotti. Nel corso del dibattimento il tribunale era presieduto da Enzo Coppo, mentre la pubblica accusa era sostenuta dal capo partigiano Rinaldo Ronco, nome di battaglia “Orlando Orlandi”. Fornero era anche accusato di aver comandato la pattuglia che nel settembre 1944 catturò la “Banda Lenti”, poi trucidata a Valenza. Tutti e sei gli imputati furono alla fine condannati alla pena di morte mediante l’infamante fucilazione alla schiena.1
Passarono intanto i mesi, poi addirittura gli anni: a un anno e mezzo dalla sentenza la condanna non era ancora stata eseguita e gli imputati si trovavano in carcere, alcuni ad Alessandria, altri a Torino.
Montò quindi l’indignazione degli ex-partigiani, che vedevano tradita la sentenza e gli stessi ideali per cui avevano preso le armi contro l’invasore nazifascista.

L’“amnistia Togliatti” e le proteste partigiane

Nell’intento di spegnere le animosità di parte e giungere a una forma di pacificazione tra le due parti che si erano affrontate durante i mesi della lotta resistenziale, il ministro di Grazia e giustizia, il capo comunista Palmiro Togliatti, propose al governo un provvedimento di amnistia che suscitò molte polemiche. L’amnistia comprendeva i reati comuni e politici, compresi quelli di collaborazionismo con il nemico e reati annessi ivi compreso il concorso in omicidio, pene allora punibili fino a un massimo di cinque anni, i reati commessi al Sud fra l’8 settembre 1943 e l’inizio dell’occupazione militare Alleata al Centro e al Nord e aveva efficacia per i reati commessi a tutto il giorno 18 giugno 1946.2
Il provvedimento provocò numerose proteste da parte dell’associazionismo partigiano. Le reazioni maggiori avvennero in Piemonte: dal 9 luglio al 28 agosto diversi ex partigiani provenienti anche da regioni circostanti si arroccarono nel paese di Santa Libera presso Santo Stefano Belbo, protestando contro l’amnistia e avanzando altre richieste: il governo De Gasperi riuscì ad evitare lo scontro facendo alcune modeste concessioni.3 Dalle prime ore del 24 agosto 1946 “un’ottantina di partigiani di Casale capeggiati dal comandante della brigata Italo Rossi, Luigi Rossi e dal tale Trombin detto Rotondino” si concentrarono a Ottiglio e Grazzano Badoglio. Pochi giorni dopo, il 29 agosto, un gruppo di ribelli salì a Moncalvo “per dare una sonora lezione a due noti partigiani, Alberto Della Valle detto Giusto e Luigi Acuto detto Tek Tek che si erano disso-ciati dalla protesta invitando a non lasciarsi attrarre dalle false propagande”. Lo scontro fu evitato grazie all’intervento della polizia che poco più di un mese prima, il 13 luglio, aveva sequestrato mazzi di carte e fiches sui tavoli verdi della casa da gioco clandestina allestita dai due capi partigiani nella villa Manacorda della città aleramica.4 Scontri e incidenti più isolati si ebbero anche in Lombardia, Emilia e Toscana.

Lo sciopero di settembre

Nonostante le condanne alla pena capitale comminate ai sei fascisti carnefici di “Tom”, nell’estate 1947 i colpevoli non erano ancora stati giustiziati: anzi, sembrava probabile che anch’essi potessero rientrare tra i beneficiari dell’amnistia, che nel frattempo era stata estesa a ulteriori casistiche.
Il 1° settembre 1947 in supremo segno di protesta si giunse a Casale alla proclamazione dello sciopero generale. «Ora la città è paralizzata; tutti gli stabilimenti hanno cessato il lavoro, dal quale non si sono astenuti soltanto gli addetti ai forni delle cementerie, per evitare ai complessi industriali gravissimi danni. Le saracinesche di tutti i negozi sono abbassate; per le vie della città circolano partigiani con nastri e fasce tricolori mentre gli operai si sono radunati davanti alla sede dell’ANPI in attesa di una decisione. Lo sciopero durerà fino a quando non sarà pervenuta da Roma una risposta ai telegrammi […] con cui è stato richiesto che la domanda avanzata dai condannati venga respinta e venga ordinata invece la fucilazione.»5
«Un “Dodge” dei partigiani ci porta in centro. Fabbriche, negozi, alberghi, esercizi pubblici, tutto chiuso con porte sbarrate e saracinesche abbassate. Ieri sera è stato diramato l’ordine di sciopero. Stamane la popolazione lo ha attuato, alle nove in punto, mentre i gruppi partigiani entravano nell’abitato provenienti dai centri vicini, da Occimiano, Vignale, Moncalvo, Montiglio, Grana. Qualcuno è giunto pure da Felizzano, Portacomaro, Montafia e Cocconato. Uno dei nostri accompagnatori ― quattro ragazzi della “Italo Rossi” ― dice: “Questa volta mettiamo le cose a posto. Incominciamo dai criminali di guerra: tre volte condannati a morte dal tribunale del popolo e alla fine assolti e rimessi in libertà. […] O si fa giustizia sul serio o la faremo noi”.»6 Una delegazione di congiunti di partigiani caduti partì alla volta di Roma per incontrare i rappresentanti del governo.
Il 2 settembre vennero tolti i posti di blocco che impedivano l’entrata in città e i negozi di alimentari restarono chiusi solo tra le 11 e le 17; si poté tenere, seppure in forma ridotta, il mercato del venerdì. Anche il quotidiano comunista sottolineava la situazione di sostanziale calma che regnava a Casale, precisando che in altre città piemontesi – Asti Alessandria Cuneo – si svolgevano scioperi di solidarietà.7 Ripresero frattanto anche il servizio postale e quello ferroviario, mentre la delegazione di ritorno a Roma aveva incassato dal Presidente De Nicola l’assicurazione che non sarebbero state accolte eventuali domande di grazia per i sei fascisti: così comunicava anche Giuseppe Brusasca, allora sottosegretario agli Esteri. Per il mantenimento dell’ordine pubblico furono mobilitati un reparto della Celere di Milano e un battaglione mobile di carabinieri. Notizie false e incontrollate, riprese da alcuni giornali, affermavano che gli industriali casalesi «erano fuggiti per non venire presi come ostaggi».8
Dopo quattro giorni infine lo sciopero ebbe termine, non senza una specie di occupazione militare da parte dell’esercito: nell’ex caserma di Via Piave erano schierati molti autocarri militari, autoblindo, batterie autocarrate, carri armati leggeri. Restavano in agitazione solo gli operai cementieri, meno disposti ad aderire alle richieste delle autorità. La fine dello sciopero era stato richiesta espressamente dallo stesso segretario generale della CGIL, Giuseppe Di Vittorio, che aveva aderito alle richieste provenienti da ambienti governativi. Intanto De Nicola negava la grazia a cinque dei condannati (la posizione di Ubertazzi era già stata stralciata: il fascista aveva avuto la pena commutata in ergastolo): i giornali sottolineavano la determinazione tenuta dalla delegazione arrivata da Casale e composta dalla vedova di Oreste Rossi, la mamma di Luigi Santambrogio, il capo partigiano Luigi Cappa e il deputato comunista Stelio Lozza.
Intanto, l’8 settembre i cinque condannati a morte si ricongiunsero alle “Nuove” di Torino; durante il viaggio da Alessandria al capoluogo di quattro di loro vennero prese misure eccezionali di sicurezza, per impedire eventuali azioni di forza da parte di ex partigiani.9 Il giorno successivo tutto sembrava far presagire l’imminenza della fucilazione: padre Ruggero Cipolla, cappellano del carcere torinese, visitò i sei fascisti. «Ho trovato i cinque condannati abbastanza tranquilli. Affermano di non essere quelle belve feroci che il processo ha fatto apparire. Ad ogni modo si mostrano rassegnati. Mi sono particolarmente interessato del Martinotti, non ancora ventenne.»10

Le conclusioni

L’epilogo del caso però non fu quello sperato dai partigiani monferrini. L’onda lunga dell’amnistia di Togliatti raggiunse anche i cinque condannati a essere fucilati alla schiena: i loro difensori presentarono ricorso alla Corte di Cassazione e l’esecuzione fu sospesa, tra il disappunto di quanti chiedevano giustizia.
I condannati avevano presentato istanza di revisione del processo, siccome non sarebbero stati sentiti tutti i testi a discarico: per ragioni di ritardo burocratico, il fascicolo dei cinque era stato trasmesso a Novara, dove si sarebbe presto celebrato il processo a un loro coimputato. Sarebbe stato ora il Guardasigilli a prendere in considerazione il caso e decidere se la richiesta di revisione fosse legittima: intanto le fucilazioni restavano sospese.11 Il quotidiano comunista metteva in guardia: «Tale diversivo non esclude però la gravità dei delitti commessi e non si dovrà permettere che i colpevoli sfuggano alla giusta espiazione. Costoro in pochi minuti trucidarono tredici partigiani!»12
Alla fine il ministro Giuseppe Grassi, accogliendo le istanze delle difese, accolse il ricorso, rinviando sine die le esecuzioni, le quali mai più furono compiute: la pena capitale venne commutata in ergastolo.
Più di due anni dopo, a fine 1949, l’Associazione delle Madri dei Caduti scrisse al ministro di Grazia e giustizia (sempre Grassi) di procedere all’esecuzione di almeno quattro delle condanne a morte, ma ancora una volta invano.
Anche le condanne al carcere a vita infine furono commutate in pene meno pesanti: in pochi anni tutti i responsabili delle barbarie contro partigiani e popolazione civile vennero rimessi in libertà. Lo stesso capitano della GNR Ennio Albano, che comandava il reparto inviato a Casorzo per arrestare la Banda “Tom”, dopo essere fuggito all’estero per sottrarsi alle Corti straordinarie, ebbe (marzo 1956!) un nuovo processo, al quale risultò ancora latitante: al termine fu assolto da ogni accusa e ridivenne un uomo libero,13 con buona pace dei 13 “banditi” fucilati alla Cittadella di Casale, lasciati insepolti nel fango e nel gelo per due giorni.

Alessandro Allemano

 

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  1. Notizie dettagliate sul processo si trovano in S. Favretto, Resistenza e nuova coscienza civile. Fatti e protagonisti nel Monferrato casalese, Alessandria, Falsopiano, 2009. []
  2. Cfr. in merito M. Franzinelli, L’ Amnistia Togliatti. 22 giugno 1946: colpo di spugna sui crimini fascisti, Milano, Mondadori, 2006. []
  3. La vicenda è narrata in L. Lajolo, I ribelli di Santa Libera. Storia di un’insurrezione partigiana (agosto 1946), Torino, Ed. Gruppo Abele, 1995. []
  4. Cfr. D. Roggero, Ultima Resistenza: rivolta a Casale, casinò a Moncalvo, in «Il Monferrato», 4 settembre 2012, p. 16. Le parti citate provengono da R. Gremmo, L’ ultima Resistenza. Le rivolte partigiane dopo la nascita della Repubblica 1946-1947, suppl. a «Storia Ribelle», 31 (2012). []
  5. Dalle nove a Casale sciopero generale, in «Nuova Stampa Sera», 1-2 settembre 1947, p. 1. []
  6. Casale occupata da 1000 partigiani, in «La Nuova Stampa», 2 settembre 1947, p. 1. []
  7. L. Vinci, Lo sciopero di Casale continua in attesa dei provvedimenti del Governo, in «l’Unità», 3 settembre 1947, p. 1. []
  8. Il popolo attende la decisione di Roma, in «l’Unità», 4 settembre 1947, p. 1. []
  9. In treno con 4 condannati a morte, in «La Nuova Stampa», 9 settembre 1947, p. 2. []
  10. «La Nuova Stampa», 10 settembre 1947, p. 2. []
  11. L’esecuzione è sospesa, in «La Nuova Stampa», 12 settembre 1947, p. 2. []
  12. Battuta d’arresto per la fucilazione dei cinque fascisti di Casale, in «l’Unità», 11 settembre 1947. []
  13. Il processo per la fucilazione dei 13 partigiani della “Tom”, in «La Nuova Stampa», 6 marzo 1956, p. 6. []
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