Mark Pendergrast – “Storia del caffè”

caffe

La storia del mondo non è fatta solo di battaglie e alleanze politiche: per comprendere il passato occorre riferirsi a ogni aspetto dell’attività umana. Quindi anche studiare la storia della più diffusa bevanda, il caffè, è utile a tale scopo. Il giornalista Mark Pendergrast, già autore di una fortunata storia della Coca Cola, con questa Storia del caffè (Bologna Odoya, 2010, 543 pp, ill.) uscita per la prima volta nel 1999 delinea vicende che hanno condizionato grandi eventi storici e un largo settore dell’economia mondiale.
Proponiamo qui il testo del prologo al volume.


Guatemala, gennaio 1997. Mentre raccolgo bacche di caffè (dette anche “ciliegie”) per la prima volta, fatico a mantenermi in equilibrio sul pendio scosceso della collina. Con il mio cesto, o canasta, legato attorno ai fianchi, cerco di posizionarmi in modo tale che le ciliegie, che via via stacco dalla pianta, vi cadano esattamente dentro. Come richiesto da Herman, il mio caporal (supervisore), cerco di raccogliere solo le bacche di un rosso intenso, anche se a volte ne stacco accidentalmente qualcuna verde. Dovrò separare le une dalle altre più tardi. Metto in bocca un frutto maturo di caffè e ne rompo la buccia assaporante la mucillagine dolciastra. Bisogna lavorare un po’ con la lingua prima di arrivare a sentire quello che da principio credo essere il seme. Invece, capisco che si tratta del duro rivestimento di “pergamino” che protegge i chicchi. Come noccioline, i chicchi di caffè normalmente crescono a coppie, l’uno attaccato l’altro. Sputato via il pergamino mi ritrovo infine in bocca i due chicchi ricoperti da una pellicola argentea trasparente, simile a carta velina. A volte, dove terreno coltivato non contiene boro in quantità sufficiente può capitare di trovare nel frutto un solo chicco, il cosiddetto peaberry che alcuni ritengono abbia un sapore leggermente più concentrato. Dopo un po sputo anche i semi, troppo duri da masticare.
Intorno a me sento altri lavoratori intenti al raccolto, anche famiglie al completo, mentre parlano e cantano in spagnolo. Questo è un periodo di festa, quando il duro lavoro di potatura, concimazione, sarchiatura, cura delle piante, nonché di riparazione di strade e canali per l’acqua, durato un intero anno, ripaga con il caffè maturo. Non conoscendo lo spagnolo mi limito a cantare una vecchia canzone, “Spanish is a loving tongue” che almeno contiene alcune espressioni in questa lingua: mi amor, mi corazòn.
Quando smetto sento risatine e applausi. Senza volerlo ho attirato un gruppo di ragazzini che ora si disperde per riprendere la raccolta o tornare ad assillare i genitori. I bambini cominciano ad aiutare durante il raccolto all’età di sette o otto anni. Nonostante molti campesinos, in altri periodi e per altre ragioni, non mandino i propri figli a scuola, non è un caso che le vacanze scolastiche in Guatemala coincidano con la raccolta del caffè.
Mi trovo a 1.400 metri sul livello del mare, a Oriflama, una finca (piantagione) di caffè di proprietà di Betty Hannstein Adams. Il nonno di Betty, Bernhard Hannstein (“Don Bernardo”) arrivò in Guatemala più di un secolo fa, uno dei tanti immigrati tedeschi pionieri della produzione di caffè di questo paese. Fu poi il figlio di Bernhard, Walter (padre di Betty), ad assumere la gestione dell’azienda. Oriflama, con un’estensione di oltre 160 ettari, è solo la metà dell’appezzamento originario, allora denominato La Paz.
La maggior parte delle piante di caffè sono caturra e canuti, ibridi che si pre¬stano più facilmente alla raccolta manuale perché più bassi e compatti delle più vecchie varietà bourbon. Malgrado ciò devo lo stesso piegare alcuni rami per raggiungerne l’estremità. Dopo mezzora ho riempito metà della mia canasta, circa cinque chili e mezzo di frutti che, dopo il processo di rimozione di polpa, mucillagine e pergamino. equivalgono a un chilo scarso di chicchi crudi. Una volta tostati, subiranno un ulteriore calo di peso, che può raggiungere il 20 percento. Ad ogni modo ne ho raccolti abbastanza da riempire diverse caraffe di ottimo caffè. Mi sento assai orgoglioso, finché non vedo arrivare Herman, un ometto che supera di poco il metro e cinquantacinque e pesa un po’ più di quarantacinque chili, con una canasta colma, il quale rimprovera amichevolmente la mia lentezza. Dice che sono alto e che non devo allungarmi come lui nel raccogliere.
L’azienda agricola è di una bellezza sconvolgente, coperta dalla distesa di foglie verdi e lucide degli alberi di caffè, con le preistoriche felci arboree e le piante di yucca sul bordo della strada (per prevenire l’erosione del suolo), le morbide colline, i lavoratori invisibili che cantano e parlano tra loro, le risate dei bambini, il cinguettio degli uccelli, le nuvole che lambiscono le cime dei monti, i grandi alberi da ombra che punteggiano i pendii, le sorgenti e i ruscelli. Come in altre zone di alta quota destinate alla coltivazione del caffè, le temperature non si discostano mai troppo dai 24 gradi centigradi.
In lontananza riesco a scorgere il vulcano Santa Maria e il fumo che fuoriesce dal cono più piccolo, Santiago, dove, nel 1902, si verificò un’eruzione laterale che seppellì Oriflama sotto 30 centimetri di cenere, uccidendo tutti gli uccelli canori. «Oh mio Dio. che spettacolo», scriveva la nonna di Betty, Ida Hannstein, appena dopo l’accaduto. «Ovunque volgessi lo sguardo tutto era blu, grigio e morto, come un gigantesco cimitero».
È difficile immaginarmi quella scena ora, mentre mi trovo in mezzo a ciò che sembra un paradiso. Gli alberi da ombra azotofissatori (inga, poro e altri), ai cipressi e le querce piantati a creare meravigliosi boschetti, nonché di macadamia coltivate per diversificare la produzione, forniscono l’habitat necessario alla sopravvivenza degli uccelli migratori. A colazione ho mangiato melone, panna e miele, tutti prodotti nella piantagione; inoltre fagioli neri, riso e, naturalmente, caffé. Alle quattro del pomeriggio il lavoro di raccolta termina e tutti portano i sacchi stracolmi di bacche di caffé al beneficio (impianto di lavorazione) perche siano pesati. La maggior parte dei lavoratori e il loro raccolto vengono trasportati a bordo di camion lungo la rete di strade che attraversa la piantagione, ma i primi ad arrivare a piedi sono quelli che, come me, hanno effettuato il raccolto nei pressi dell’impianto. In altre parti del Guatemala sono gli indios maya a costituire la maggior parte della forza lavoro; qui invece sono i locali ladinos, il cui sangue mescola origini indie e spagnole. Al pari di Herman, il mio caporal, sono davvero minuti e ciò probabilmente è dovuto alla cronica malnutrizione loro antenati. Molti indossano magliette americane di seconda mano che appaiono un po’ contraddittorie; uno di loro sfoggia un immagine di Alf (un vecchio personaggio televisivo), mentre un altro quella del Kennedy Space Center.
Donne minuscole, forse sul metro e quaranta, riescono a caricare in spalla occhi incredibilmente grandi, che pesano il doppio dei loro 36 chili. Alcune di loro trasportano anche i bambini, legati davanti a sé con delle fasce; dopo essersi liberate del carico si sistemano nuovamente i bambini sulla schiena. Anche i ragazzini che lavorano alla raccolta sono incredibilmente forti e capaci. Portano dentro carichi che potrebbero uccidermi, li poggiano sulla bilancia, aspettano con ansia la lettura del peso per poi andarsene con un sorriso smagliante e in mano un pezzo di carta sul quale è indicato il compenso. Un adulto bravo nel mestiere può raccogliere oltre novanta chili di bacche e guadagnare otto dollari al giorno, più del doppio rispetto al salario minimo giornaliero del Guatemala.
Nel paese il contrasto tra ricchezza e povertà è molto netto. La distribuzione delle terre è iniqua e le persone impegnate nella parte più faticosa di questo lavoro non ne raccolgono i profitti. Purtroppo non esiste un facile rimedio a queste ingiustizie, intrinseche nel sistema economico, nemmeno una possibile alternativa alla coltura del caffè in queste regioni montuose. Le persone che qui svolgono lavoro manuale sono per molti aspetti più serene e appagate di quanto lo siano quelle che occupano una posizione analoga negli Stati Uniti. Possiedono un forte senso della tradizione e della vita familiare.
Sono confuso. Mentre i braccianti arrivano col raccolto, rifletto sull’ironia del fatto che, una volta lavorati, questi chicchi viaggeranno migliaia di chilometri per essere gustati da persone che possono permettersi uno stile di vita al di là dell’immaginazione di questi lavoratori guatemaltechi. Ma sarebbe ingiusto etichettare un gruppo come “i carnefici’ e l’altro come “le vittime” in questa vicenda. Mi rendo conto che non ci sarà niente di semplice in questa storia.
Regalo il mio magro raccolto al bambino con la maglietta di Alf e mi volto nuovamente a guardare la valle e il vulcano in lontananza. A casa mia, negli Stati Uniti, ho già cominciato ad accumulare libri, trascrizioni di interviste e mucchi di fotocopie che minacciano di sommergere il mio piccolo ufficio, dove scriverò questa storia del caffè. Ora però la sto vivendo e posso dire che questa esperienza, questo libro, sfideranno i miei preconcetti, come spero anche quelli dei miei lettori.

Print Friendly, PDF & Email
This entry was posted in Recensioni and tagged , . Bookmark the permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.