Michele Amatore, il “capitano moro”

Michele Amatore

Michele Amatore

Nei secoli passati, quando il concetto di integrazione tra popoli e culture diverse da quella occidentale era ancora di là da venire, poteva suscitare almeno curiosità la vista di persone con la pelle di diverso colore dalla nostra. Altrettanta curiosità avrà provocato nei suoi commilitoni prima e nei compaesani monferrini poi un soldato dalla pelle nera che militava sotto le bandiere prima sarde prima e in seguito italiane, tanto da essere soprannominato “capitano moro”. In questo articolo traccerò una breve biografia di questo personaggio, partendo dall’uomo che lo portò in Italia dalla lontana Africa.

Il medico Luigi Castagnone
Tra i patrioti piemontesi che dovettero subire le conseguenze dei falliti moti liberali del marzo 1821 vi fu Luigi Castagnone, un medico originario di Rosignano Monferrato. Costui era affiliato alla società segreta dei “Federati italiani”, che aspirava alla concessione anche nel regno sardo-piemontese della Costituzione spagnola. Il 1° marzo 1821 Castagnone si pose a capo di una spedizione militare che avrebbe dovuto proclamare la Costituzione nei paesi della Lomellina. L’azione non ebbe successo e nel settembre dell’anno successivo il dottor Castagnone fu condannato all’ergastolo, ma in contumacia, siccome si era rifugiato in Svizzera; nel 1830, siccome la forte presenza di esuli italiani non era ben tollerata dalle autorità elvetiche, si trasferì in Egitto. Qui fece fortuna, fino a diventare medico di fiducia del viceré Mohammad Alì. Frattanto il nuovo re Carlo Alberto aveva commutato la pena del carcere a vita in quella dell’esilio, finché poi era giunta la grazia sovrana. Nel 1836 Castagnone ritornò in Piemonte, ma non era solo: si era portato in patria un ragazzino nero, il futuro “capitano moro”.

Luigi Castagnone

Luigi Castagnone

Quetto
Verso il 1832 il medico Castagnone aveva comperato al mercato degli schiavi del Cairo un bambino di circa sei anni, proveniente da un villaggio della Nubia (tra il basso Egitto e l’alto Sudan) conquistato e devastato dalle truppe egiziane. Ecco come, secondo lo scrittore torinese Michele Lessona, il bambino avrebbe raccontato le tragedie famigliari che l’avevano colpito ancora giovanissimo:
«Il villaggio in cui io sono nato si chiama Commi. Verso la metà del mese di settembre dell’anno 1832 il mio villaggio fu aggredito dalla truppa regolare del viceré d’Egitto.
I soldati egiziani circondarono il villaggio all’alba in numero di circa 6000, e incominciarono un vivissimo fuoco. Gli abitanti balzarono fuori spaventati: ma subito tutti quelli che erano atti a combattere si raccolsero, e con frecce e con stili (chè non avevano altre armi) incominciarono la difesa. Era la difesa della moglie, dei figli, degli averi, di tutto, e fu disperata. Ma combattevano forse un migliaio d’uomini male armati e peggio ammaestrati, ed era troppo disuguale la lotta: quei valorosi non poterono fare altro che vendere cara la loro vita. Sulle salme dei morti guerrieri i soldati egiziani entrarono nel villaggio, e fu una vera carneficina: uccisero i vecchi, e non lasciarono che un mucchio di rovine. «I superstiti, donne e fanciulli la più gran parte, furono legati e tenuti sotto custodia fino al giorno seguente.
Mio padre, capo della tribù, perduta ogni speranza di vivere e di salvare la sua famiglia, piuttostochè cader schiavo di quella gente avida di sangue e di saccheggio, preferì gittarsi disperatamente nella mischia, e valorosamente morì trafitto dalle palle del cruento nemico.
Però prima di morire raccomandò ad un nero, che adempì all’incarico, di dirmi di tenere a mente (e non si cancellerà in me la sua parola se non che coll’estinguersi della mia vita) che io era il suo primogenito, e che m’incombeva l’obbligo di ricordarmi della gente cui io apparteneva, e che un giorno liberato dalla schiavitù non dimenticassi di ritornare nei nostri possedimenti, e dare nuova vita al nome della perduta famiglia.
La tribù portava il nome del paese in cui risiedeva il capo, e quel paese si chiamava Commi, come ho detto sopra. Mio padre si chiamava Bolingia, mia madre Siliando, il mio nome era Quetto, un mio fratello minore si chiamava Sarin: di due più piccole sorelline non ricordo i nomi».

Michele Amatore
Tornato in Italia, Castagnone affidò il giovane Quetto alle cure di un suo amico, Maurizio Bussa, nativo di Quattordio ma da anni residente al Cairo. Rientrato nel paese monferrino, il dodicenne Quetto ricevette il battesimo dalle mani del vescovo di Asti, monsignor Michele Amatore Lobetti: da quel momento Quetto divenne Michele Amatore, dal doppio nome del presule che lo aveva reso cristiano da musulmano che era. Secondo un giornalista locale, a Quattordio non avevano mai visto un nero, anzi «un nero che, a meraviglia di tutti, si esprimeva con molto garbo in italiano ed in piemontese, ciò che fece correre la gente dei paesi limitrofi mentre i bimbi del luogo diventarono tutti suoi amici». Sempre secondo questo articolista, il giovane Amatore si sarebbe poi recato nella natia Nubia per tentare di provocare una sollevazione delle popolazioni indigene contro la protervia egiziana, ma con scarso successo, tanto che fu costretto a rimpatriare. Lasciato libero di decidere del proprio futuro, il giovane il 7 agosto 1848 scelse di arruolarsi nell’armata sarda e di intraprendere così la carriera militare.

Bersagliere
Si era nel periodo transitorio tra la prima e la seconda fase della prima guerra di indipendenza. Michele Amatore si arruolò in uno dei corpi che maggiormente si distinsero nelle campagne risorgimentali: i Bersaglieri, fondati dodici anni prima dal capitano Lamarmora. Il 1° marzo 1849 era promosso caporale e il successivo 1° luglio sergente. Nell’aprile dello stesso anno aveva partecipato alla spietata repressione dei moti sociali scoppiati a Genova: per quest’azione Amatore riceverà la medaglia d’argento al valor militare «per essersi distinto nel ristabilimento dell’ordine nella città di Genova nei giorni 4 e 5 aprile 1849».
Prese quindi parte alla seconda guerra di indipendenza, combattendo con tanto onore a San Martino (24 giugno 1859) che il successivo 12 luglio fu promosso ufficiale (sottotenente) per merito di guerra. Il 2 maggio 1860 fu promosso luogotenente (tenente) nei Bersaglieri del 2° Corpo d’Armata, poi 2° Reggimento Bersaglieri. Il 6 giugno 1863 conseguì la promozione a capitano, grado nel quale prese parte alla terza guerra di indipendenza, nel 1866.
Negli anni 1867-68 partecipò alla campagna contro il brigantaggio nelle province meridionali, meritando una menzione onorevole, decorazione che più tardi diventerà la medaglia di bronzo al valor militare. Quando nella provincia di Palermo scoppiò una violenta epidemia di colera, il capitano Amatore con i suoi uomini del 3° Bersaglieri si prodigò con tanta abnegazione da ottenere la medaglia di bronzo per i benemeriti della salute pubblica. Nel 1880, dopo aver compiuto servizio all’8° Bersaglieri a Milano ed essere stato creato cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, si concluse la carriera militare del “capitano moro”: una sciabolata all’occhio sinistro lo aveva reso quasi cieco e quindi inabile al servizio attivo.
Michele Lessona così sintetizzò le virtù dimostrate dall’ex schiavo Quetto in 32 anni di servizio:
«Si mostrò nelle battaglie un leone; la sua faccia nera serviva di punto di rannodamento ai coraggiosi compagni, e di terrore al nemico: parecchie volte dopo un combattimento i suoi capi corsero ad abbracciarlo. In pace era un modello di disciplina e di operosità, amor dei capi e dei compagni. Quando entrò soldato non sapeva leggere; pigliava di soppiatto la chiave della scuola del reggimento per andarsi ad esercitare sulla lavagna nelle ore del riposo. Imparò a leggere ed a scrivere con ottima calligrafia; imparò l’aritmetica, la geometria, il francese».

In campagna
Dopo il congedo, Michele Amatore si ritirò a Rosignano Monferrato, patria del suo antico protettore Castagnone: con lui era la moglie, la milanese Rosetta Brambilla. Così un Autore locale ne tratteggia la figura in quegli anni di riposo tra le colline:
«Ritornato al paese adottivo, invalido e zoppicante, si fece amare da tutti per la sua affabilità e bontà profondamente cristiana; noi bambini eravamo i primi amici di quell’anima candida in corpo nero, egli ci chiamava a sé, con le tasche piene di caramelle, ci accarezzava affettuosamente come un tenero padre, ci baciava sulla fronte, che noi ci affrettavamo a pulire con la mano, nel timore di essere tinti di nero da quell’uomo di cioccolata, ascoltavamo con religiosa attenzione, e piangevamo con lui ogni qualvolta ci raccontava gli episodi più impressionanti della sua vita, con questa solita conclusione: “Fortunati voi che avete ancora i genitori! Amateli, rispettateli e ubbiditeli, io sono sempre tormentato dalla passione di vendicare il mio povero babbo, trucidato dai nemici; ho tentato più volte di far cancellare dalla faccia della terra l’infamia crudele della schiavitù, ma non sono riuscito, fatelo voi cari, cari bambini, quando sarete grandi!”».
Michele Amatore morì il 7 giugno 1883 e venne sepolto nel cimitero di Rosignano, non distante dalla tomba del medico Castagnone.
Durante la cerimonia funebre, il parroco don Giovanni Bonelli pronunciò un vibrato discorso commemorativo che fu poi dato alle stampe.

Alessandro Allemano

Bibliografia

Michele Lessona, Volere è potere, Firenze, Barbera, 1872
Giuseppe Niccolini, Commi Quetto, in «Il Monferrato», 14 gennaio 1917
Camillo Boltri, Rosignano Monferrato, Torino, Canotti, 1940
Camillo Cappellaro, Rosignano, delle cose sulla storia, Alessandria, Ed. dell’Orso, 1984
Franco Mesturini, Il capitano moro, in «Uniformi e Armi», n. 100 (luglio 1999), pp. 22-25
Roberto Alciati, Il capitano moro. Storia del Bersagliere Michele Amatore (1826-1883), Comune di Quattordio, 2011

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