Moncalvo noir 1956. Il delitto del taxi

Primi di novembre 1956. L’opinione pubblica mondiale segue con trepidazione due vicende che minacciano il precario equilibrio nato dalla guerra conclusa da un decennio. In Medio Oriente il presidente egiziano Nasser ha appena nazionalizzato il canale di Suez, provocando la reazione di Gran Bretagna, Francia e Israele: gli inglesi sbarcano un contingente militare a Port Said, mentre le truppe israeliane attaccano la striscia di Gaza e la penisola del Sinai.
In Ungheria invece la destalinizzazione da poco intrapresa a Mosca ha acceso grandi speranze di rinnovamento, soprattutto negli studenti. In ottobre Budapest insorge e il governo decide di abbandonare il patto di Varsavia. Pronta è la reazione sovietica, che il 4 novembre occupa militarmente la capitale magiara con 4000 carri armati, soffocando nel sangue l’insurrezione e ristabilendo un regolare corso politico gradito ai russi.
Sabato 3 novembre il paese di Grazzano è invece stato al centro dell’attenzione per i solenni funerali di Pietro Badoglio.

La sera di lunedì 5 novembre è serena, anche se piuttosto fredda. Verso le 23,30 proprio un grazzanese, il farmacista Ettore Lusona, sta tornando a casa quando in prossimità del bivio di Santa Maria scorge un’automobile con gli abbaglianti accesi e rivolta verso Moncalvo. Avvicinatosi, verifica che si tratta di un’auto pubblica Fiat 1100 E targata AL27493, con uno sportello aperto. Il dottor Lusona si ferma e dà un’occhiata all’interno della vettura, dove gli si presenta una scena agghiacciante. Come dichiarerà al cronista de “l’Unità” Enzo Ferraiuolo, «con raccapriccio vidi una bellissima donna bionda seduta sul sedile posteriore, immobile, mentre dal petto, dalla parte sinistra, sgorgava un fiotto di sangue. Le toccai il polso, ma la poveretta era morta». A poca distanza dall’auto il farmacista scorge un altro corpo, un uomo disteso per terra esanime, con il capo trapassato da due colpi di pistola. Tornato velocemente a casa, avverte i carabinieri: giungono poco dopo sul posto il maresciallo Montis, poi raggiunto da due ufficiali del comando di Asti, il pretore di Moncalvo Mario Mariani e il medico condotto dottor Micco che eseguono i primi rilievi del caso. La ditta Fratelli Bianco mette subito a disposizione un furgone per trasportare i corpi all’obitorio dell’ospedale per l’esame necroscopico. Anche il taxi viene trainato a Moncalvo; al suo interno gli inquirenti rinvengono tre bossoli di pallottole calibro 9 e i documenti dell’autista: è il cinquantatreenne alessandrino Pietro Carnevali, nativo di Valenza ma abitante nel capoluogo.
Il nome della donna risulta invece Rosa Zonta, 28 anni. Abitava a Moncalvo con il marito Giuseppe Bonelli, camionista presso la fornace Viola di Calliano poi passato alla ditta Crova di Sala Monferrato. La coppia, che ha un bambino di sette anni, Carluccio, affitta da un paio di anni dall’avvocato Martinetti un alloggio in via Capello 17. La donna il pomeriggio del 5 novembre, do-po essersi elegantemente vestita, aveva affidato il figlio alla padrona di casa adducendo un impegno improvviso.
Intanto i carabinieri organizzano una battuta nella zona tra Moncalvo e Grazzano. Poco pri-ma di mezzogiorno di martedì 6 novembre in un canneto poco distante dal luogo del delitto i militi si imbattono in un giovane uomo vestito di grigio e dall’aspetto stralunato: «Cercate l’assassino? Sono io», afferma lo sconosciuto alzando le mani.
Il giornalista Gigi Ghirotti su “La Nuova Stampa” racconta con un po’ di enfasi la cattura del presunto assassino: «E così, ramingando, attese l’alba; quando vide spuntare tra le vigne già quasi spoglie il berretto con la fiamma argentea dei carabinieri e il capitano Bernini che avanzava alto e ardito davanti a loro, e il maresciallo Montis che anfanava sui greppi terrosi, e il colonnello Turin che scrutava nei pozzi e nelle cisterne perché riteneva che un così allucinante assassino non avesse saputo sopravvivere al proprio delitto; quando vide che il cerchio era ormai stretto attorno a lui, si alzò in piedi, uscì dal canneto lacero e sfinito. Cercò con lo sguardo il berretto del più alto in grado e gli si presentò sull’attenti».
I militari tutto possono pensare tranne che si tratti di un loro collega. L’uomo infatti si chia-ma Elvidio Sanmartino, ha 29 anni ed è nato a Roccapiemonte (Salerno): da qualche tempo presta servizio presso la stazione carabinieri di Guiglia, in provincia di Modena. Con sé ha ancora l’arma d’ordinanza, proprio una Beretta calibro 9. Ammanettato e sotto stretta sorveglianza, il giovane viene portato in caserma a Moncalvo e subito interrogato dal giudice istruttore Federico Delle Grazie.
Anche Giuseppe Bonelli, svegliato nel cuore della notte, è sottoposto dai carabinieri a un lungo interrogatorio dal quale emerge la figura sconcertante della giovane moglie.

Rosa Zonta

Rosa Zonta non poteva certo essere definita un esempio di virtù. Si era sposata otto anni prima, quando sia lei che il marito abitavano a Intra, ma subito dopo il matrimonio aveva iniziato a condurre una vita molto libera. Approfittando del lavoro del marito, che restava assente da casa anche per vari giorni, la donna era solita affidare il bambino a qualche vicina e poi allontanarsi per ignota destinazione. Nello scorso luglio pare fosse andata per due mesi in Costa Azzurra a fare la bella vita: tornata a Moncalvo abbronzatissima aveva suscitato l’invidia e le dicerie dei compaesani. Rosa era un tipo assai piacente, bionda ossigenata, molto elegante e alquanto altera verso i moncalvesi con cui non aveva mai legato molto. Subito arrivano cronisti da tutto il Piemonte, a caccia di pettegolezzi sul menage familiare dei coniugi Bonelli, apparentemente sereno e senza ombre. Si vocifera che l’uomo, mite e gran lavoratore, fosse in realtà succube della moglie: addirittura questa si sarebbe fatta rilasciare un documento in carta bollata che la lasciava libera di comportarsi come meglio credesse.
Intanto nella cella di sicurezza Elvidio Sanmartino alterna momenti di sconforto a lunghi silenzi: i carabinieri non hanno ancora rivelato alla stampa che si tratta di un loro collega.
Finalmente, dopo lunghe ore di interrogatorio, l’uomo si decide a raccontare come si sono svolti i fatti quel tragico lunedì 5 novembre.
Aveva conosciuto Rosa Zonta qualche anno prima in un albergo compiacente di Vignola. Allora la donna, oltre a condurre una vita moralmente disinibita con numerosi compagni occasionali, esercitava anche un proficuo contrabbando nel Verbano, compiendo lunghi viaggi di “lavoro” in Lombardia, Emilia e anche al Sud. In queste sue trasferte si celava dietro lo pseudonimo di Emanuela e si faceva passare per un’improbabile cameriera.
Elvidio se ne era innamorato follemente, tanto da chiederle di lasciare la famiglia per vivere con lui. La donna sembrò accettare la corte pressante che il giovane le faceva, ma dall’abbandonare il tetto coniugale la tratteneva l’amore per il piccolo Carluccio.
I due amanti si incontrarono parecchie volte, anche a Moncalvo. Il carabiniere frattanto era stato trasferito alla stazione dell’Arma di Gueglia, ma ben presto dovette scegliere: tra la divisa e Rosa scelse quest’ultima. Ottenne una licenza di convalescenza e tornò a chiedere alla donna di cambiare vita, di darsi a un’attività onesta, come la gestione di una trattoria. Poi seppe che la donna aveva in quel momento anche un altro amante, tale Gigi Norcelli di Casalecchio, ma questo non bastò a estinguere la fiamma della sua passione. Lasciata la caserma, Sanmartino va a Vignola in cerca della donna, poi a Bologna, dove la trova in compagnia del rivale. Da qui il carabiniere, Rosa, il Norcelli e una ragazza amica della donna, Elena Ognibene, se ne vengono a Moncalvo, dove mangiano e dormono in casa della Zonta approfittando dell’assenza del marito per lavoro.

L’omicida

Il giorno successivo Elvidio va alla tenenza dei carabinieri di Castelfranco Emilia, dove apprende di essere ricercato per abbandono del posto di servizio; spaventato, prende un treno per Mi-lano, poi un altro per Alessandria. Prende un taxi guidato da Carlo Prosio e si reca nuovamente a Moncalvo, «torturato dall’idea di punire la Zonta. Pensa che basteranno quattro schiaffi e il suo disprezzo». La donna lo accoglie cordiale, invitandolo a non fare sciocchezze e presentarsi in caserma: anzi, si dice disposta ad aiutarlo e lo accompagna ad Alessandria sempre con la vettura di Prosio. Scendono ai giardini della stazione, poi cambiano idea e decidono di ritornare a Moncalvo. Prendono il taxi di Pietro Carnevali fermo poco distante e si mettono in viaggio: i due amanti stanno teneramente abbracciati per quasi tutto il tragitto. Arrivati al bivio della strada di Vallescura, Sanmartino sfila la pistola d’ordinanza dalla fondina: intende uccidere la donna per punirla della sua condotta spregiudicata, poi si suiciderà con la stessa arma. Un colpo al cuore fredda la donna, poi decide di sopprimere il tassista, testimone troppo scomodo. Carnevali, lasciata l’auto, cerca di scappare verso la campagna, viene raggiunto dall’assassino, cade in ginocchio e lo implora di risparmiarlo, ma invano: due colpi alla testa ed è fatta. L’arma poi però si inceppa e l’assassino non può più sparare a se stesso. Il racconto è spesso contraddittorio, confuso, con particolari che prima appaiono poi scompaiono, ma la ricostruzione degli inquirenti non lascia spazio a dubbi.
Dopo una lunga istruttoria, si arriva finalmente al processo in Corte d’assise a Casale. Tra i giudici popolari – novità assoluta – ci saranno anche tre donne: un’ostetrica di Tonco, un’insegnante di Casale e una casalinga di Frassineto Po. Il processo inizia il 16 aprile 1958 tra crisi isteriche dell’imputato, escussioni di testi e rievocazioni di vicende dai toni molto piccanti. Viene anche sentito il piccolo Carluccio, il quale crede ancora che la mamma sia morta in un incidente stradale. Il bambino, come testimonia Antonietta Guglielmone vedova Martinetti padrona di casa dei Bonelli, il pomeriggio del 5 novembre del ’56 aveva detto: «La mamma è partita con un “omaccio” [il Sanmartino] ma un’altra volta non la lascerò più andare via con lui». La stessa Zonta, al momento di allontanarsi il pomeriggio del 5 novembre, quasi presentendo l’incombente tragedia, le aveva detto: «Se non tornassi più le raccomando il mio piccino». Carluccio Bonelli è parte civile nel processo, sotto tutela dell’avvocato Giuseppandrea Martinetti, figlio della Guglielmone e futuro sindaco di Moncalvo. L’accusa e le parti civili chiedono il carcere a vita, ma la Corte sentenzia 30 anni di reclusione, escludendo l’attenuante della seminfermità mentale invocata dai difensori Raffaello Ubertis e Giuseppe Sotgiu, un vero principe del foro venuto apposta da Roma. Anche l’appello, nel dicembre 1959, conferma la pena, ma la Cassazione annulla la sentenza rinviando gli atti alla Corte d’assise d’appello di Genova per un riesame delle capacità psichiche dell’imputato.
Il terzo processo si tiene nell’ottobre 1965, nove anni dopo il duplice omicidio. I giudici, tenuto conto di numerose attenuanti (tra cui la seminfermità mentale al momento dei delitti), condannano l’ex carabiniere a 28 anni di reclusione, 14 per ciascun omicidio. Solo a questo punto viene messa definitivamente la parola fine alla torbida vicenda di una donna troppo “libera”, di un carabiniere troppo innamorato e di un ignaro quanto sfortunato tassista.

Alessandro Allemano

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