Paolo Mieli – “I conti con la storia”

mieli

Lo storico ha il compito di trasmettere la memoria, il dovere di ricordare. Quando, invece, è necessario dimenticare? Quando l’oblio diventa una virtù essenziale a ricomporre una comunità? Nell’Atene del V secolo, dopo il regime dei Trenta Tiranni, venne imposto il Patto dell’oblio, che vietava di “rivangare il passato” anche a quei cittadini che avrebbero avuto tutti i titoli per vendicarsi, “anteponendo alle rivalse private la salvezza della città”. Da allora sono state innumerevoli le volte in cui la storia ci ha imposto di dimenticare, di concederci una sospensione della memoria per rimettere le cose in ordine, sia pure in un ordine provvisorio. Oggi, dopo la fine del Novecento – il secolo delle febbri ideologiche e delle grandi passioni politiche –, fare i conti con la nostra memoria condivisa è diventato più che mai necessario. Perché la scomparsa di fascismo e comunismo non ha significato la fine dell’uso politico del passato: “Nuove dottrine e nuovi radicalismi sono entrati in campo e si sono mescolati con quel che rimaneva delle vecchie fedi; tutte insieme poi hanno viziato l’aria, rendendo impossibile agli analisti e ai raccontatori del passato di prendere il fiato necessario per un’impresa che potesse dirsi di grande respiro”.
Il libro di Paolo Mieli (Rizzoli 2013, 422 pp., non ill.) ripercorre oltre due millenni di storia, di storie e di uomini, ma anche di interpretazioni, errori di valutazione e menzogne. Dalla Firenze di Savonarola alla Roma fascista, dall’inquisizione allo schiavismo, da Giuda a Napoleone, l’autore intraprende un viaggio coraggioso e appassionato nella memoria intermittente, con la convinzione che, se saremo capaci di fare i conti con la storia senza preconcetti o pregiudizi, ci imbatteremo in non poche sorprese e forse saremo in grado di “ritrovare una base comune da cui avventurarci nella ricerca sul passato”. L’opera è suddivisa in tre parti: “La memoria divisa: vizi e virtù dell’oblio”, “La memoria riscritta: falsi e menzogne della storia”, “La memoria italiana: storie e personaggi di un Paese diviso”.
Proponiamo qui la prima parte dell’introduzione al volume.


Introduzione

Il secolo delle febbri ideologiche e delle grandi passioni politiche ha inferto colpi esiziali al ruolo degli storici. Gli inizi del terzo millennio, poi, non hanno fatto che peggiorare la situazione. Non è stato sufficiente che fascismo e comunismo quasi scomparissero dalla linea dell’orizzonte: nuove dottrine e nuovi radicalismi sono entrati in campo e si sono mescolati con quel che rimaneva delle vecchie fedi; tutti insieme poi hanno viziato l’aria, rendendo impossibile agli analisti e ai raccontatori del passato di prendere il fiato necessario per un’impresa che potesse dirsi di grande respiro. Ragion per cui chi si ripromette oggi di fare i conti con la storia deve misurarsi con libri (spesso eccellenti) quasi sempre intaccati dallo spirito dei tempi, condizionati da calcoli politici e da tabù ideologici, poco inclini all’esplorazione di modi innovativi di guardare al mondo di ieri.
Molto e riconducibile all’appartenenza originaria. E chi prova a spingersi oltre i confini di quell’appartenenza si trova a mal partito. Nel 1998, l’intellettuale ebreo Alain Finkielkraut si pronunciò a sorpresa in favore della beatificazione del cardinale Stepinac. In Francia, come nel resto del pianeta, a quei tempi la decisione di Giovanni Paolo II di beatificare Stepinac era assai criticata: perché, ci si domandava, innalzare agli onori dell’altare una personalità accusata di aver sostenuto durante la Seconda guerra mondiale il regime ustascia a cui si imputava di essere responsabile di una delle più feroci persecuzioni contro ebrei, serbi e zingari? La tesi serba anti-Stepinac era poi stata accolta da diversi giornali francesi: non era opportuno avviare alla santità il complice di una purificazione etnica (antiserba) e religiosa (antiortodossa). Contro questo modo di presentare la verità storica insorse Finkielkraut, che dedico a esso un articolo su «Le Monde». La riflessione del filosofo iniziava con un ironico ringraziamento a quel mondo «che finalmente in questa fine del XX secolo ama, corteggia gli ebrei e si fa carico delle loro aspirazioni». Tutti disinteressati, questi nuovi estimatori degli israe­liti? Finkielkraut esprimeva qualche dubbio: «Non provo una gioia senza ombre per questo corteggiamento univer­sale. Mi augurerei, per esempio, che questi nuovi amici che si danno tanto da fare fossero tutti ugualmente amici scrupolosi della verità. La collera mediatica suscitata dalla beatificazione del cardinale Stepinac mi andrebbe dritto al cuore se egli avesse sostenuto in modo servile il regime ustascia. Ma cosi non è stato». II filosofo francese raccontò poi di aver approfondito la questione su testi inglesi e su testimonianze degli ebrei croati, i quali ricordavano molto bene l’arcivescovo di Zagabria: le sue proteste pubbliche già nel 1941 contro le leggi antiebraiche; il suo attivismo nell’organizzazione della fuga di molti bambini ebrei verso l’Ungheria e la Palestina; le sue omelie, che venivano ritrasmesse da Radio Londra e utilizzate dai partigiani. Gli attuali difensori degli ebrei – diceva allora Finkielkraut – non si sono informati dove avrebbero dovuto «perché non sono gli ebrei che interessano»; secondo il filosofo «a loro interessa soprattutto riflettersi al meglio nello specchio dell’antifascismo». A imprigionare e a condannare ai lavori forzati 1’arcivescovo di Zagabria fu nel 1956 Tito, lo stesso che nel 1948 aveva inflitto undici anni di lavori forzati (per aver collaborato con gli ustascia) al vescovo di Mostar, Alojzije Mišić, che a sua volta aveva denunciato a più riprese i mas­sacri etnici. Anche i croati, ammette Finkielkraut, incontrano grosse difficoltà a distinguere tra realtà storica e manipolazione; per cinquant’anni sotto il regime comunista il male è stato identificato con il fascismo, ma oggi bisogna fare i conti con tutto il passato. Tutto. E i conti devono essere autentici.
Più facile a dirsi che a farsi, anche perché i giudizi di fondo, perfino su questioni sostanziali, sono cambiati nei decenni senza che chi li modificava avvertisse la necessità di dare a essi una nuova sistemazione. Forse perché ancora non era convinto che fossero diventati davvero definitivi. L’8 ottobre 1986 Norberto Bobbio scrisse una lettera a Pao­lo Spriano per lodare il suo libro Le passioni di un decennio, dedicato alla vita politica e culturale italiana tra il 1946 e il 1956. Di tali «passioni», scriveva il filosofo – trent’anni dopo la conclusione di quel decennio e cinquant’anni dopo la morte di Stalin – «è rimasto fermissimo in me il rifiuto di mettere in un solo sacco nazismo e stalinismo. Machiavelli diceva che è lecito al principe violare le regole della morale comune se fa “gran cose”. Questa massima a Stalin è applicabile (la costruzione di una società socialista e una “gran cosa”), a Hitler no. Hegel diceva che al fondatore di stati, che chiama “eroe”, o “uomo della storia universale”, è lecito usare la violenza che ai suoi seguaci non è più permessa. E, per citare ancora Machiavelli, non ho mai trovato ritratto più somigliante a Stalin di quello che egli traccia in poche parole incisive di Annibale». Machiavelli aveva parlato di «quella sua inumana crudeltà, la quale insieme con infinite virtù, lo fece sempre, nel cospetto dei suoi soldati, venerando e terribile». «Venerando e terribile, si può dire di più e di meglio?» proseguiva Bobbio nella lettera a Spriano. «Il vostro Stalin, e potrei anche dire il nostro, non è stato e in fondo in fondo e tuttora “venerando e terribi­le”?» Cosi Bobbio nel 1986. Poi di anni ne trascorsero altri undici (nel frattempo era caduto il muro di Berlino) e nel 1997, in una conversazione con Giancarlo Bosetti, Bobbio non ebbe esitazione a proporre la tesi secondo cui Hitler e Stalin erano «tiranni gemelli», senza più fare alcuno sconto al despota georgiano.
Forse prima di fare i conti con la storia, per rimettere le cose in ordine, sia pure un ordine provvisorio come è quello di chi si occupa del passato più recente, avremmo dovuto concederci una sospensione della memoria, una pausa, per cosi dire, obliante. Il filosofo Emmanuel Kattan in Il dovere della memoria scrive che si può capire perché gli orangisti, in Irlanda del Nord, si sforzino di mantenere le loro tradizioni e la loro identità, sfilando ogni estate, come i loro antenati, secondo degli itinerari fissati da secoli. Commemorando in questo modo la vittoria di Guglielmo d’Orange sul re cattolico Giacomo II nel 1690, gli orangisti si collocano nella continuità di difensori della fede protestante in Irlanda del Nord. Ma, ogni anno, «la stagione delle sfilate» è fonte di nuove tensioni tra cattolici e protestanti. La comunità cattolica percepisce questi rituali come una forma di «provocazione» ed esige che gli itinerari siano ritracciati in modo da evitare i quartieri cattolici; mentre i membri dell’ordine di Orange si oppongono, facendo valere il loro «diritto civile» a sfilare lungo i percorsi imposti dalla tradizione. D’altra parte, nella ex Jugoslavia il mito che è stato elaborato a partire dalla battaglia del Kosovo del 1389 serve ad attizzare i sentimenti nazionalisti e a esacerbare l’ostilità nonché la differenza tra i popoli balcanici. Senza far ricorso al «dovere di dimenticare», prosegue Kattan, è impossibile non constatare che una utilizzazione impropria del passato e del sentimento di «credito» verso la storia perpetui i conflitti e generi nuovi cicli di violenza.
Ed è a questo punto che giunge l’ora dell’oblio. E così, per esempio, che nel 1972 l’ex presidente della Repubblica, Georges Pompidou, raccomandava, nel corso di una conferenza, di «stendere un velo» sul passato di Vichy. Giustificando la sua decisione di accordare la grazia presidenziale a Paul Touvier (detto «il boia di Lione»), ex responsabile della milizia nella cittadina francese sotto il regime collaborazionista di Pétain, Pompidou si esprimeva questi termini: «Il nostro Paese, da più di trent’anni, è passato di dramma in dramma. Ci fu la guerra, la disfatta e le sue umiliazioni. l’Occupazione e i suoi errori, la Liberazione, per contraccolpo, l’epurazione e i suoi successi – riconosciamolo: e poi la guerra d’Indocina, quindi la spaventosa guerra d’Algeria e i suoi orrori […]. Non è venuto il momento di stendere un velo, di dimenticare quei tempi nei quali i francesi non si amavano, si dilaniavano, si uccidevano a vicenda?». E lo scrittore tedesco Martin Walser in un discorso pronunciato l’11 ottobre 1998 a Francoforte (nel corso di una manifestazione in cui gli veniva consegnato un prestigioso premio per la pace) sollevò dubbi circa il richiamo costante ai crimini nazisti: «Quando ogni giorno questo passato mi è ricordato dai media, sento che qualche cosa in me si difende contro questa continua rappresentazione della nostra vergogna. Invece di essere riconoscente per l’incessante presentazione di questa no­stra vergogna, comincio a distogliere lo sguardo». Stesse considerazioni sono state fatte dallo scrittore Haim Hazaz (1897-1973) in The Sermon. È un oblio rigeneratore che rivendica Yudka, il personaggio di The Sermon, secondo il quale la memoria dolorosa della Shoah «soffoca la vita».
Se poi non riusciamo a imporci la pausa obliante, dobbiamo almeno ritrovare una base comune da cui avventurarci nella ricerca sul passato. Ben consapevoli del fatto che questa impalcatura sarà costruita su assi convenzionali che avranno un rapporto del tutto astratto con la cosiddetta memoria condivisa. Anzi, più queste assi saranno piallate dall’astrazione, più si mostreranno solide. Nel libro Rispetto, il sociologo Richard Sennett racconta la storia della «farmacia della duchessa». Alla fine del Settecento, seguendo un’antica usanza, la zia del futuro ministro degli Esteri francese Talleyrand una volta al mese spalancava le porte della sua casa più bella a servi e contadini che vivevano sulla sua proprietà. Lei sedeva in poltrona, loro le stavano intorno in semicerchio. Su una tavola di fronte alla duchessa stavano numerose boccette, ciascuna con un’etichetta scritta di pugno dall’anziana signora. Un bracciante o un domestico si faceva avanti descrivendole una malattia o qualche disgrazia per cui chiedeva rimedio; la zia sceglieva fra i preparati specifici fatti con erbe che crescevano nella proprietà, poi spiegava in ogni dettaglio come assumere il medicinale e diceva qualche parola di incoraggiamento. A questo punto il rito prevedeva che il paziente si inchinasse, prendesse la boccetta tra le mani e rientrasse nel semicerchio, mentre si faceva avanti la persona del turno successivo. Così per anni e anni. Ma, dettaglio non irrilevante, la zia di Talleyrand era sorda. Completamente sorda. II personale lo sapeva bene e stava attento a non fare alcun riferimento alla circostanza; servitori e domestici descrivevano i loro mali sottovoce, la duchessa annuiva come se ci sentisse perfettamente e poi pazientemente selezionava la bottiglietta più adatta a cura­re il male della cui descrizione non aveva sentito alcunché. «Chi partecipava alla farmacia» scrive Sennett «stava rappresentando un rito; le indicazioni di regia provenivano dalla memoria condivisa: le persone sapevano in che modo recitare la parte, rappresentare i vari ruoli, sapevano dove stare, cosa fare, cosa non dire. II rituale richiedeva che gli attori eseguissero bene le proprie parti. Il ritmo del rituale esigeva che non si parlasse se non quando si doveva o che non si descrivesse un malanno per il quale si sapeva che la duchessa non possedeva la boccetta giusta. Lei stessa era molto disciplinata nel recitare la parte di attrice principale: non si limitava a porgere il flacone al contadino di turno, ma sapeva che doveva anche qualche spiegazione su come assumere il rimedio; quindi ci voleva da parte sua un minimo di comunicazione verbale. E questa comunicazione era vincolante proprio perché era la rappresentazione – una scena se volete – visto che lei non era in grado di udire. Eppure gli altri le parlavano e lei lo sapeva, vedendo i movimenti delle labbra.» Che in ogni caso non avrebbe saputo decifrare. […]

Print Friendly, PDF & Email
This entry was posted in Recensioni. Bookmark the permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.