Peter Englund – “La bellezza e l’orrore”

englund

Ricchissima è stata (e sarà nei prossimi tempi) la produzione editoriale in occasione dei cento anni dall’inizio della prima guerra mondiale. Tra tutti i libri usciti ultimamente mi è piaciuto in particolare “La bellezza e l’orrore. La Grande Guerra narrata in diciannove destini”, pubblicato da Einaudi.

Propongo qui la recensione al volume fatta dallo storico e giornalista Roberto Coaloa, pubblicata su Il Sole 24 Ore Domenica del 22 luglio 2012.


Peter Englund, riconducendo la Grande Guerra ai suoi elementi minimi, il singolo essere umano e il suo vissuto, offre una commovente documentazione letteraria, impregnata da malinconia, da una non comune profondità sugli anni che segnarono la fine di una civilizzazione. Il titolo originale in svedese del volume, Stridens skönhet och sorg. Första världskriget i 212 korta  kapitel, pone l’accento della narrazione più sulla tristezza che sull’orrore. Contrariamente a quello che scrive provocatoriamente l’autore, questo non è un libro di «antistoria». La ricerca di Englund, esplicitata dal sottotitolo (i 212 piccoli capitoli), è una dotta peregrinazione sul passato che svela la generazione del 1914 in diciannove biografie parallele, attraverso affascinanti e antiretorici frammenti: un piacere per la lettura.
Lo scrittore Robert Musil lascia Berlino per Vienna. Con la sua voce musicale la capitale dell’impero festeggiava lo scoppio della guerra nei caffè, nei giardini, con le sue canzoni, apparendo una città di baldoria. Englund, oltre a Musil, ci racconta un’altra esperienza di un suddito della Duplice monarchia, che contrariamente all’imboscato scrittore (flanellante per un anno con una contadina chiamata poco rispettosamente la Grigia, in onore della sua vacca), riceve immediatamente il battesimo del fuoco e rischia di perdere una gamba. Si tratta dell’ungherese Pál Kelemen, ufficiale di cavalleria, la cui uniforme possedeva un’aristocratica arroganza (che aveva lo scopo di sviare l’attenzione dal fatto che la paga militare era spaventosamente bassa). Il cavaliere magiaro sarà contrariato quando, nell’aprile 1917, dovrà abbandonare per sempre le giacche azzurre bordate di pelliccia, i calzoni rossi ricamati e gli elmi di cuoio ornati da un pennacchio, le piume e le fibbie e alamari e bottoni d’oro e cordoncini e agli alti stivali in lucida pelle giallo-bruna per indossare la triste, pratica, economica e anonima uniforme hechtgrau della fanteria. Con l’abbandono della cavalleria austroungarica, con la sua smagliante mostra di sartoria, un altro pezzo della vecchia Europa scompare.
Importanti le pagine dedicate a un intellettuale francese misconosciuto, ingiustamente: si tratta di Michel Corday, la cui famiglia è lontanamente imparentata con Charlotte Corday, la donna che nel 1793 uccise Marat. Indimenticabile il capitolo che descrive il suo incontro con Anatole France, classe 1844, a La Béchellerie, la pittoresca tenuta di campagna dello scrittore. Siamo al quarto anno di guerra; France giudica la continuazione del conflitto, la sua prolungazione «démesurée», più criminale della guerra stessa: «La borghesia, che si ciba dei giornali reazionari, è conquistata dall’idea di una guerra infinita. In breve, solo il fronte è pacifista». Ha ragione il signore anziano, corpulento, dalla barba bianca e il berretto rosso in testa: sul fronte europeo c’è un’umanità derubata dalla sua gioventù, privata di ogni illusione e speranza, che desidera solo la pace. Gettati nella guerra, troviamo non solo i soldati, molti i volontari dall’America e dall’Australia, ma anche donne sprecate, già vedove prima ancora di essere mogli, prostitute e infermiere, ragazzi ingenui e uomini disperati; un’intera generazione immolata, decimata e distrutta.

Roberto Coaloa

 

Print Friendly, PDF & Email
This entry was posted in Prima guerra mondiale, Recensioni and tagged , , , , . Bookmark the permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.