Pietro Badoglio artigliere

Il pomeriggio del 3 novembre 1918 nella villa del conte Giusti del Giardino, alla periferia di Padova, dopo 41 mesi di guerra veniva firmato l’armistizio tra Italia e Austria-Ungheria. Le trattative erano durate per più di tre giorni: gli austriaci non volevano accettare l’ormai inevitabile resa a descrizione e opponevano le più assurde critiche, nell’intento di strappare qualche estrema concessione. A un certo punto il capo della delegazione italiana, stizzito per l’atteggiamento tracotante degli avversari, minacciò di sciogliere la seduta e lasciare l’ultima e definitiva parola alle armi.
Solo allora gli austro-ungarici si risolsero a più miti consigli, accettando tutte le nostre condizioni. Firmarono per primi i capi delle due delegazioni: per l’Austria il General der Infanterie Victor Weber von Webenau comandante del VI Corpo d’armata, per l’Italia il tenente generale Pietro Badoglio, sottocapo di Stato maggiore.
Il generale piemontese, uscito indenne dalla bufera di Caporetto di un anno prima, aveva diretto con successo la battaglia di arresto sul Piave (battaglia del Solstizio, giugno 1918) e poi l’offensiva finale di Vittorio Veneto a fine ottobre.
Egli, benché da vari anni transitato nel Corpo di Stato Maggiore, aveva un passato di artigliere.

Pietro Badoglio, nato nel 1871 a Grazzano Monferrato da una famiglia di piccoli proprietari, era destinato a diventare medico, seguendo le orme di uno zio materno. Mentre frequentava il liceo ad Asti, giunse in Piemonte la notizia dell’eccidio di cinquecento soldati italiani comandati dal monferrino tenente colonnello Tommaso Decristoforis a opera delle truppe del negus Menelik presso la località eritrea di Dogali. Pare che il fatto impressionasse a tal punto il giovane Badoglio che decise di intraprendere la carriera militare, molto meno comoda e sicura di quella sanitaria. “Forse per il bene dell’umanità – scriverà cinquant’anni più tardi – fu saggia decisione non aver accondisceso al desiderio di mio padre”.
Il padre Mario era persona pratica e impose al figlio di seguire i corsi di un’arma dotta: se avesse fallito nella carriera militare avrebbe potuto almeno proseguire al Politecnico subalpino per studiare ingegneria.
Nell’estate 1888 si preparò privatamente all’esame di ammissione al 73° corso della prestigiosa Regia Accademia di Artiglieria e Genio di Torino, allora ospitata nell’antico palazzo di Via della Zecca, dietro al Teatro Regio, che i bombardamenti della seconda guerra mondiale avrebbero pressoché raso al suolo. L’istituzione militare era allora comandata dal maggior generale Eugenio Olivero, poi sostituito dal tenente generale Giuseppe Accusani di Retorto, entrambi reduci pluridecorati delle guerre di indipendenza. Il 5 ottobre 1888 Pietro Badoglio entrava in Accademia come allievo ufficiale di artiglieria. Risultò piuttosto brillante negli studi, eccellendo nelle discipline matematiche e negli esercizi sportivi, specialmente nell’equitazione. Egli aveva tra i compagni di corso future figure di spicco nel panorama militare italiano, quali Ambrogio Bollati, Roberto Segre, Enrico Tellini, Nicola Vacchelli.
Il 6 novembre 1890 fu nominato sottotenente d’artiglieria e inviato a frequentare la Scuola di Applicazione nel palazzo dell’Arsenale, istituzione allora comandata dal generale Tancredi Saletta: vi uscì tenente il 7 agosto 1892.
La sua prima destinazione fu il 19° reggimento da campagna, di stanza a Firenze e posto ai comandi del colonnello Alfredo Sterpone; poco dopo venne distaccato a Livorno, e qui svolse uno dei suoi primi servizi durante i funerali del generale Enrico Cialdini, figura illustre e discussa del nostro Risorgimento. Durante la sua permanenza al reggimento, il tenente Badoglio fu inviato a frequentare la scuola di equitazione di Tor di Quinto, dove ebbe tra gli istruttori il celebre cavallerizzo Federico Caprilli. Al ritorno in sede venne nominato aiutante maggiore in 2ª del suo reggimento. Subito dopo la battaglia di Adua, nel marzo 1896, il tenente Badoglio fu destinato alle truppe coloniali dell’Eritrea nel corpo di spedizione del generale Baldissera. Gli fu affidato il comando di un piccolo presidio nella località di Addi Caieh; l’anno successivo partecipò all’offensiva italiana contro i Dervisci e il 7 febbraio 1898 fece ritorno in patria. Riassegnato al 19°, ottenne l’idoneità a frequentare la Scuola di Guerra di Torino, venendo trasferito temporaneamente alla VII Brigata da fortezza di stanza in città.
Il prestigioso istituto era allora ospitato nello storico palazzo di Via Bogino 6; posto ai comandi dei generali Cerruti e Zuccari contava tra i suoi docenti, fra gli altri, i colonnelli Vittorio Luigi Alfieri per la logistica ed Enrico Barone per la storia militare. Terminato con successo il corso triennale (sesto su 41 idonei), il 21 agosto 1902 fu trasferito al 9° da campagna di stanza a Pavia. Poco dopo però i superiori lo inviarono al corso di esperimento presso il comando del Corpo di Stato Maggiore a Roma: fu qui che conobbe Sofia, la sua futura sposa, figlia del colonnello dei Granatieri Ferdinando Valania. Nel maggio 1903 passò alla Divisione Militare Territoriale di Firenze e il 13 luglio dello stesso anno ottenne la promozione al grado di capitano “a scelta”. La successiva destinazione fu Capua, presso il 12° da campagna, per compiere il prescritto periodo di comando. Nei primi mesi del 1905 fu comandato presso il Corpo d’Armata di Bari (XI): due anni più tardi transitò definitivamente nel Corpo di Stato Maggiore.
Da questo punto in avanti

Pietro Badoglio capitano nel 12° da campagna

le vicende pubbliche di Pietro Badoglio sono ampiamente risapute: dalla partecipazione al conflitto italo-turco alla Grande Guerra, dal servizio diplomatico in Brasile (1924-25) al quinquennio di governatorato in Libia, dalla campagna in Africa Orientale alla prima fase della seconda guerra mondiale, fino all’incarico di reggere un governo di guerra succedendo a Mussolini nel luglio 1943.
Resta da dire che Badoglio rimase artigliere nel cuore. Più volte, già nel grado di Maresciallo d’Italia, partecipò a manifestazioni artiglieresche, inaugurazioni di labari, celebrazioni di fatti d’arme. Talvolta, quando non poteva prendere parte a qualcuna di queste cerimonie, incaricava la moglie di rappresentarlo.
Quando morì, il 1° novembre 1956, nella camera ardente per volontà del defunto – Badoglio restò sempre monarchico – fu posta la grande bandiera di Addis Abeba e la sua salma fu vegliata da due sottotenenti d’artiglieria frequentatori della Scuola di Applicazione in uniforme per servizi d’onore; durante i funerali il feretro venne portato a spalla da sei altri sottotenenti artiglieri. Sul piazzale del cimitero di Grazzano prima della tumulazione rese gli onori un picchetto del 52° pesante “Torino”, allora di stanza ad Alessandria, con fanfara.

Alessandro Allemano

2 novembre 1956. La camera ardente a Grazzano

 

Per approfondimenti:
MAUTONE, A. Armistizio / Waffenstillstand, Nordpress, 1999
PIERI, P. – ROCHAT, G. Badoglio, UTET, 1974; poi Mondadori, 2002
ALLEMANO, A. Pietro Badoglio. Biografia per immagini, Gribaudo, 2002

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