Renata Broggini – “La frontiera della speranza”

Broggini

Negli anni dell’occupazione tedesca dell’Italia (1943-1945), migliaia di ebrei italiani, europei e apolidi, costretti ad abbandonare le proprie case per evitare la deportazione, tentarono di attraversare clandestinamente il confine italo-svizzero per trovare rifugio in territorio elvetico.
Renata Broggini ne “La frontiera della speranza” (Milano, Mondadori, 1998, 517 pp., ill.) ricostruisce – sulla base di documenti conservati in archivi svizzeri e italiani, e grazie a testimonianze scritte e colloqui diretti con i protagonisti – le drammatiche vicende di queste famiglie, dal momento della partenza sino all’atteso rientro in patria.
Alcuni fuggiaschi caddero vittime di passatori che li tradirono (“Ogni ebreo ha il suo prezzo”), altri vennero arrestati dalle milizie repubblichine, altri ancora furono respinti dalle guardie di frontiera svizzere: “Chi siete? Cosa volete? Non è vero che in Italia gli ebrei sono perseguitati”. Non tutti riuscirono, dunque, a farcela: “Siamo ebrei, abbiamo tentato di espatriare visto che l’Italia non ci vuole, ma nemmeno la Svizzera ci ha voluto”.
Quelli che invece riuscirono a passare, circa 6000, ebbero la possibilità di recuperare la loro identità negata e la loro dignità: “Sentiamo di poter presto ritornare noi stessi, seppur attraverso altre sofferenze e altre privazione, ma non avremo più da celare l’esser nostro sotto falsi nomi, potremo andare a testa alta, lontani dai delatori e dai venduti allo straniero”.
Gli accolti, i meno abbienti come i benestanti, gli intellettuali di spicco come le persone qualunque (“Ah, comodo! Viene qui a fare il signore in Svizzera. No, no assolutamente. Qui si deve lavorare”), furono in maggioranza internati in campi di smistamento e poi avviati in campi di lavoro distribuiti nei vari Cantoni oppure ospitati, dietro garanzia finanziaria, presso pensioni e case private.

Proponiamo qui l’introduzione dell’Autrice.


1995-1998: la Svizzera è in discussione. Come non era mai avvenuto. Il nodo è quello dell’accoglienza ai perseguitati negli anni cruciali fra il 1933 e il 1945. Si critica, certo, il ruolo di piazza bancaria e finanziaria per lo più a favore del Terzo Reich, di centrale d’informazione e spionaggio, di retroterra industriale delle potenze dell’Asse, di crocevia del traffico internazionale d’oro dei paesi belligeranti. Ma a essere particolare oggetto di discussione è la politica d’asilo adottata dalla Confederazione negli anni della Seconda guerra mondiale, con il refoulement di migliaia di profughi razziali e il trattamento loro riservato nei campi di internamento.
Vi è un gran numero di studi sulle vicende che riguardano le displaced persons della Seconda guerra mondiale: prigionieri di guerra, internati militari, rifugiati civili, deportati politici e razziali, trasferimenti forzati di popolazioni. Tutti i paesi d’Europa coinvolti nel più grande conflitto che il continente abbia mai conosciuto hanno una «letteratura delle migrazioni» che va infittendosi. La Svizzera risulta sempre più un crocevia di vicende umane sofferte.
Gli storici, in particolare, si interrogano sui motivi che hanno indotto la Confederazione e i Cantoni a concedere o rifiutare l’asilo agli ebrei spinti verso le frontiere dall’arrivo al potere di Hitler nel 1933 e più ancora negli anni successivi, in seguito all’occupazione tedesca dell’Europa. Oltre mezzo secolo di indagini e interpretazioni non hanno portato alla luce tutte le responsabilità né attenuato le polemiche, le accuse, le amarezze. Il paese, scosso, chiede oggi delle risposte più convincenti.
Le statistiche ufficiali dicono che la Svizzera nel corso del conflitto ha accolto quasi 300.000 profughi, in media il 7% della popolazione, anche se solo una parte di questi rifugiati è rimasta nel paese per l’intera durata della guerra; la maggioranza invece si è trattenuta per periodi più brevi. Accoglienza dunque c’è stata. La polemica nasce piuttosto a proposito del rifiuto di concedere asilo a perseguitati razziali nelle fasi più acute dell’emergenza: su un totale di 28.000 ebrei accolti (il 10% dei profughi) altrettanti vengono respinti alle frontiere. Un refoulement che a partire dall’estate del 1942 significa per la maggior parte delle persone respinte una probabile/possibile condanna allo sterminio.
È un «capitolo oscuro», che è stato già affrontato nell’immediato dopoguerra. Ma i particolari, arricchitisi nel corso degli anni, sono emersi nella loro crudezza soltanto quando si è imposta una storiografia più coraggiosa ed esplicita, grazie anche all’apertura degli archivi.
Dei rapporti per il Consiglio federale vengono redatti dal colonnello Robert Probst, commissario all’internamento militare, dai responsabili delle homes e dei campi di lavoro Otto Zaugg e Heinrich Fischer,- dal funzionario Oscar Schürch. Si tratta di relazioni d’ufficio su procedure e aspetti dell’organizzazione dei campi, riservate alle autorità.
Negli anni Cinquanta il governo, sollecitato a informare l’Assemblea federale e l’opinione pubblica sui nodi dell’ancora discussa condotta politica nei confronti dei profughi, incarica Cari Ludwig di uno studio, basato su fonti ufficiali: decreti, relazioni, con remarques del consigliere federale Eduard von Steiger, già capo del Dipartimento di giustizia e polizia. Il rapporto Ludwig, per anni testo di riferimento, valuta in 10.000 i respinti alle frontiere (attestati dalla Divisione di polizia), una cifra che si rivelerà molto diversa dalla realtà.
Negli anni Sessanta si verifica il primo strappo. Nel clima di rifiuto delle «verità» acquisite, la storia di quell’emergenza viene riletta su documenti che rivelano complicità e silenzi interessati. Alfred Häsler è il primo ad attaccare la visione rassicurante di una Svizzera «ospitale». Il Consiglio federale fa avviare nuove ricerche ed Edgar Bonjour scrive la storia della neutralità valutando anche gli aspetti economico-politici e militari. Sull’arco di quattro secoli, però, le complicità del recente periodo bellico risultano sfumate.
Negli ultimi anni una nuova esigenza di chiarezza ha spinto giornalisti e storici a non lasciar cadere l’argomento: si è insistito per riabilitare quei funzionari messi al bando per l’aiuto prestato ai profughi, per capire in che misura la Svizzera fosse a conoscenza dello sterminio degli ebrei in Germania e nei paesi occupati, ma anche per far conoscere casi di civili che si sono personalmente impegnati a favore dei rifugiati.
A cinquant’anni dalla fine della guerra, l’apertura di numerosi archivi fornisce altri dati. Mauro Cerutti offre una guida mirata alla consultazione. Ricerche e pubblicazioni si basano ormai sui documenti più riservati dei dipartimenti federali e cantonali, militari e doganali: la trafila delle decisioni rivela il disegno più sottile della gestione dell’accoglienza.
Alcuni studi sono stati riconosciuti come decisivi per certi aspetti del problema. André Lasserre ricostruisce le fasi dell’internamento; Jacques Picard rivede il «mito» della terra «aperta» ai perseguitati; Guido Roller mette in luce la «decisione di vita o di morte» che le guardie dovevano prendere sul confine, faccia a faccia con i profughi, in base ad ambigui decreti sull’accoglienza o il refoulement.
Il 7 maggio 1995 il presidente della Confederazione, Kaspar Villiger, riconosce a nome del governo svizzero il carico «di colpe nei confronti degli ebrei perseguitati», conseguenza della situazione di «minaccia» da parte del Terzo Reich, nello sforzo di «resistenza» per salvare la «neutralità armata» insieme con «la democrazia e lo stato di diritto». Il messaggio coincide con nuove ricerche sull’accoglienza e l’internamento intraprese con intenti di completezza. Fra il 1995 e il 1997 vengono condotte altre indagini. Claude Mosse critica un certo «autoritarismo» delle autorità federali dell’epoca. Ma sono in particolare le tesi di Jean Ziegler a sollevare notevoli polemiche per il radicalismo delle sue conclusioni.
Arnold Koller, presidente della Confederazione nel 1997, si chiede: «La difesa armata del paese, le sue vittime, i suoi sacrifici, le paure della popolazione durante la Seconda guerra mondiale sono forse stati inutili, sono forse stati soltanto una facciata per nascondere la collaborazione fra le potenze politiche ed economiche?». Intanto nel dicembre 1996 il Consiglio federale ha istituito una «Commissione indipendente di esperti: Svizzera – Seconda guerra mondiale», con il compito di dare delle risposte il più possibile documentate agli interrogativi ancora aperti riguardo al periodo 1933-45. I risultati di questa impresa a largo raggio sono attesi per il 2001. Centrale, ancora una volta, risulta essere la questione dei rifugiati per motivi razziali.
Quest’indagine sui profughi ebrei prende avvio da un progetto del 1994. Nella mia ultima ricerca, Terra d’asilo, non avevo rilevato forti dissonanze tra prassi e decreti della Svizzera nell’internare militari e politici: accoglienza, destinazione, liberazione dal controllo militare rientravano in norme precise. Anche la vicenda umana dell’esilio, così come risultava da diari e testimonianze, non era segnata da grandi lacerazioni e amarezze.
Le vicende dei profughi ebrei mi erano apparse invece già molto diverse e per alcuni aspetti difficili da decifrare. Per politici e civili non ebrei, non c’era dubbio che l’asilo era una concessione, non un diritto, malgrado la difficoltà di intuire come le norme venissero adattate volta per volta. La politica di accoglienza o di refoulement di profughi per motivi razziali presentava invece complicazioni: voleva dire prendere in considerazione una prassi in apparenza non collegata alle leggi. Nell’inverno 1943, se per i non ebrei era più semplice essere accolti, per gli ebrei era più facile venire respinti: all’inizio, perché non considerati in pericolo di vita; nell’epoca delle stragi e delle deportazioni, per altri morivi che potevano essere il periodo, i mezzi finanziari, il gruppo e perfino l’ora di arrivo; non ultimi, il caso e l’umanità della guardia svizzera di confine.
Diari, interviste, carte private dei profughi raccolti per quella ricerca erano a loro volta rigonfi di tragedie, inquietudini, tribolazioni. Salvo eccezioni, era un esilio con molti contrasti, con momenti di particolare disagio. Più che una vicenda collettiva, mi era sembrata una somma di differenti storie individuali, però con un’unica costante: il sentimento di gratitudine nei confronti della Svizzera per aver avuto salva la vita.
Per questo, pubblicato il libro Terra d’asilo, ho sentito la necessità di approfondire le vicende degli ebrei – italiani, stranieri, apolidi – che sono stati accolti oppure respinti alla frontiera tra l’Italia e la Svizzera fra l’autunno del 1943 e la primavera del 1945. E di farlo con la convinzione che quei drammi personali, familiari e di intere comunità non fossero paragonabili con quelli dei non ebrei.
Personaldossier alla mano, mi sono messa sulle tracce di coloro che erano stati accolti alla frontiera con l’Italia: circa 6000 ebrei, di cui sicuramente 3800 erano italiani e oltre 1700 stranieri e apolidi, spinti in Italia dalle persecuzioni europee degli anni Trenta. I fascicoli in un primo momento sono stati utili per ricostruire le discriminazioni subite, le circostanze e il percorso della fuga, la composizione dei nuclei familiari. I verbali redatti dalla polizia svizzera danno inoltre notizie delle tragedie seguite alle leggi razziali antiebraiche italiane; delle vessazioni, ma anche del soccorso ricevuto in Italia; di familiari lontani o già deportati; del prezzo pagato da quasi tutti ai contrabbandieri per raggiungere il confine. Un calvario per cercare di sopravvivere allo sterminio.
Ma questi dossier sono stati soprattutto il mezzo per raggiungere gli ex rifugiati o i loro familiari, i soli in grado di far rivivere il periodo dell’esilio in tutte quelle sfumature e impressioni che ognuno a suo modo si era portato appresso, e che il documento ufficiale non poteva registrare. Essi forse conservavano e avrebbero messo a disposizione diari, lettere, foto, attestati per restituire di quella «salvezza inquieta.
Assieme alla testimonianza dei «salvati» ho cercato di raccogliere quella di alcuni «sommersi», ebrei respinti alla frontiera, nascostisi o catturati in Italia dopo il refoulement, per non cancellare questa «pagina oscura» della storia svizzera e tentare di ricomporla nella sua realtà.

Renata Broggini
Locarno, settembre 1998

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