Ritratto di partigiano. Nazzareno Lazzarini

Lazzaro Nazareno Lazzarini

Lazzaro Nazzareno Lazzarini

Lazzaro Nazzareno Lazzarini è una bella figura di giovane che, dopo aver compiuto il proprio dovere di soldato, scelse di ancora combattere per la libertà d’Italia e in quest’occasione trovò barbara morte. Lazzaro “Neno” Lazzarini era nato a Mezzoldo, nel Bergamasco, il 18 dicembre 1916, figlio di Angelo e di Cristina Maria Ottone, maestra elementare che dalla natia Moncalvo, dopo aver prestato servizio in alcune scuole rurali della zona, si era trasferita in Lombardia, avendo vinto una cattedra. Ritornato con i genitori a Moncalvo, dove la mamma aveva ottenuto il trasferimento, il giovane Lazzarini si diplomò maestro ed intraprese gli studi universitari di Matematica e Fisica. Sorpreso dallo scoppio della guerra, vi prese parte come sottotenente di complemento nel 3° Reggimento Alpini, Battaglione “Fenestrelle”. La gloriosa unità era allora agli ordini del colonnello novarese Emilio Faldella, autore di tanti scritti sulla storia delle Penne Nere. Il reparto era schierato nel settore delle Valli Pellice e Germanasca.
Nelle primissime settimane del conflitto, nella foresta di Peymian, in Francia, Lazzarini fu ferito nel corso di un’azione che gli meritò la medaglia di bronzo al valor militare.
La decorazione venne conferita con decreto del 24 settembre 1940 con questa motivazione:
«Comandante di reparto, nonostante l’incessante e violento fuoco dell’artiglieria nemica, conduceva il proprio plotone all’occupazione della posizione indicatagli. Ferito in più parti, continuava con il suo comportamento ad essere d’incitamento ai suoi dipendenti. Foresta di Peymian, 24 giugno 1940.»

Capo partigiano
Dopo l’armistizio del settembre 1943, Lazzarini, ormai Tenente, partecipò coi suoi alpini alle prime bande partigiane in Val Chisone, poi nel novembre ritornò a Moncalvo, dove pure si stava organizzando la resistenza ed uno dei patrioti più intraprendenti e coraggiosi era proprio il prevosto don Bolla. Nella canonica moncalvese Lazzarini conobbe Luigi Quarello, di Cardona, che gli propose di aderire alla costituzione di una delle più organizzate compagini partigiane, la VII Divisione autonoma “Monferrato”, della cui struttura militare il giovane ufficiale fu subito uno dei preparatori.
Ecco quanto scrisse lo stesso Quarello, nome partigiano “Vigin”, sul “Popolo Nuovo” del 14-15 dicembre 1945.
«L’ho incontrato una sera, ai primi del novembre 1943, nella Casa Parrocchiale di Moncalvo. Egli era appena tornato dalla Val Chisone dove, coi suoi Alpini, aveva partecipato fin dall’8 settembre alle prime formazioni partigiane. Dopo aver abbracciati i suoi, era corso a salutare il suo Parroco, D. Bolla, e da lui, che era l’animatore di tutti i Patrioti monferrini, seppe che era lì che si “lavorava”. Da quella sera fu uno dei “nostri”. La sua collaborazione ci fu di valido aiuto nella preparazione del movimento militare, che seguì quello civile, dando vita ad una delle più compatte e tenaci formazioni partigiane: la “Monferrato”».
La “Monferrato”, comandata prima dal capitano Angelo Pietra “Pontini”, poi dal conte Carlo Gabriele Cotta “Gabriele”, operava prevalentemente nel brusaschese, in Val Cerrina e in alcune zone del Monferrato casalese.
Leggendo un Numero unico stampato a cura dei partigiani della “Monferrato” nel decennale della Liberazione, si apprende che «il reclutamento della formazione, naturalmente volontario, fu a base squisitamente regionale e prevalentemente contadina. In prosieguo di tempo, ex militari italiani, sbandati e tagliati fuori dalle loro terre dalle vicende belliche, vennero assorbiti ed inquadrati nella Divisione, insieme a qualche elemento straniero (polacchi, inglesi, sudafricani, statunitensi) fuggito ai campi di prigionia». E ancora: «L’inquadramento di queste forze fu assicurato da elementi provenienti dal disciolto esercito regio liberamente scelti, che seppero guidare e organizzare le spontanee energie locali, e da elementi messisi in luce per intelligenza e coraggio nel corso stesso della lotta. Senza tener conto dei gradi, già acquisiti, la nuova, necessaria gerarchia poggiò unicamente sulle capacità effettive di comando, sulla tenacia dei propositi, sulla volontà d’azione».
In base a questi requisiti, nell’estate del 1944 Lazzarini divenne vice comandante della Divisione con il nome di battaglia di “Nino”.
Continua il racconto di Quarello.
«Nella primavera del ‘44 il nostro movimento si ingigantiva: occorreva perfezionare i quadri. Per questo i comandanti delle prime bande partigiane vennero convocati a Cardona, in quell’officina che ha vissuto giorno per giorno la lotta per la Liberazione. Mentre fervevano le discussioni, mi avvicinai a lui e gli dissi: “Lazzarini, occorre un uomo che assuma un incarico molto importante, ho pensato a te”. La risposta fu quella che attendevo. “Disponete di me in quanto posso essere utile alla Causa”. E così divenne il Vice-Comandante della “Monferrato”, “Nino”. Incominciò così il suo lavoro assiduo e logorante, perché egli non esigeva “una macchina” per compiere le sue visite alle bande dislocate nel Monferrato, ma si trasferiva sovente in bicicletta e anche a piedi. E a chi voleva elogiarlo rispondeva che “la fatica non conta, purché si arrivi presto alla mèta”: la mèta, per noi e per lui, era vedere la Patria libera dal giogo nazi-fascista».

Quell’ottobre 1944
La sera del 6 ottobre 1944, avendo saputo che uno dei suoi uomini era stato ferito gravemente nel corso di un diverbio a Moncalvo, nonostante ne fosse dissuaso dal medico condotto dottor Deregibus, volle ugualmente trasportare il ferito all’ospedale di Casale. Qui fu ospite del vescovo mons. Giuseppe Angrisani e della famiglia Cappa. Sorpreso da una pattuglia in via Lanza nella giornata del 7 ottobre, fu riconosciuto da un certo Ernst, un soldato tedesco già catturato dai partigiani della “Monferrato” a Villadeati e fuggito quella mattina stessa.
Immediatamente arrestato, Lazzarini fu sottoposto a stringente interrogatorio nell’Albergo Roma, sede della Feldgendarmerie comandata dal famigerato maggiore Meyer. Di fronte al suo diniego di fornire informazioni sul motivo della sua presenza a Casale e di collaborare in qualche modo con loro, i tedeschi lo percossero ripetutamente con calci nel ventre, portandolo all’aperto e trascinandolo sul selciato fino al Ronzone, nei pressi dello Scalo Canottieri. Qui ancora lo indussero alla collaborazione e al suo estremo rifiuto, alle ore 14,40 circa di quel 7 ottobre, lo fucilarono con tre colpi d’arma da fuoco e ne gettarono il corpo nel fiume Po, crivellandolo con altri colpi perché affondasse più facilmente: i suoi resti mortali non vennero mai più ritrovati.

La III Brigata “Lazzarini”
In suo onore fu intitolata “Lazzarini” una delle Brigate della VII “Monferrato”, la III, quella che alle ore 14 del 26 aprile 1945 sarebbe stata la prima ad entrare in Torino liberata.
Questa formazione era articolata su un comando, con sede a Moncalvo, e tre Battaglioni distaccati a Castelletto Merli, Odalengo Piccolo e Ottiglio. Ne era comandante Alberto Dellavalle “Giusto”, commissario di guerra Luigi Conti “Barbisin”, vice comandante Eugenio Ibertis “Filo”, vice commissario Guido Ciocca “Anselmo”, capo di stato maggiore Carlo Cavallero “Ugo”, aiutante maggiore Carlo Fresia “Lampo” e comandante della polizia Luigi Baralis “Vittore”. I tre battaglioni erano agli ordini rispettivamente di Angelo Segir “Polifemo”, Mario Fiora “Fiore” e Pietro Natta “Ivan”.

La medaglia al valor militare
Nel dopoguerra alla memoria dell’eroico patriota venne conferita la medaglia d’argento al valor militare, consegnata nel novembre 1960 da parte del Prefetto di Asti, De Luca, all’anziana madre dell’ufficiale nel corso della cerimonia per l’inaugurazione del monumento ai Caduti, sul Parco della Rimembranza.
Così recitava la motivazione:
«Subito dopo l’armistizio, con fedeltà e con decisione intraprendeva la lotta di liberazione dimostrando di possedere esimie doti di organizzatore, di animatore, di comandante. Nel corso di numerose azioni di guerriglia dava belle e sicure prove di decisione e di coraggio. Conscio del mortale pericolo cui andava incontro, si recava in Casale riuscendo a far ricoverare in ospedale un suo dipendente gravemente ferito, salvandolo così da sicura morte e raccogliendo importanti notizie su di un progettato rastrellamento che stava organizzandosi ai danni della sua divisione partigiana. A missione espletata, riconosciuto ed arrestato dai tedeschi, veniva brutalmente percosso per essersi rifiutato di tradire. Trascinato sin sopra ad un ponte, al suo reiterato diniego di parlare, veniva gettato nelle acque turbinose del Po in piena. Casale Monferrato, 7 ottobre 1944.»

  Alessandro Allemano

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