Sergio Favretto – “Resistenza e nuova coscienza civile”

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Sergio Favretto, avvocato, ex politico di area cattolica, fin dagli anni ’70 si occupa di ricerca storica sul periodo resistenziale in Monferrato.
Con questo libro (Edizioni Falsopiano, Alessandria, pp. 399, ill.) che ha come sottotitolo “Fatti e protagonisti nel Monferrato casalese”, traccia un panorama ampio e particolareggiato del periodo che va dall’armistizio del settembre 1943 ai giorni successivi al 25 aprile 1945. L’analisi di Favretto ha come obiettivo non solo le formazioni partigiane più note (“Garibaldi”, “Matteotti”, autonomi della “Monferrato”), ma anche i protagonisti meno esplorati dalla storiografia ufficiale. Si parla quindi del ruolo rivestito nel movimento anti-nazifascista dal clero monferrino – in particolare dal vescovo mons. Giuseppe Angrisani – e dai laici cattolici, delle sofferenze subite dalla comunità ebraica, dei carabinieri ed ex militari, delle popolazioni civili su cui sempre incombeva lo spettro delle rappresaglie e della deportazione, del mondo della scuola casalese. Un capitolo è dedicato ai processi cui furono sottoposti i fascisti dopo la Liberazione.

Riportiamo di seguito il testo della postfazione dell’Autore.


 

Il concetto-valore della libertà può essere diversamente decli­nato. I millenni di storia ci hanno dato un ritorno intermittente: periodi d’affermazione di nuove libertà individuali e collettive, periodi di negazione o di contrazione; momenti di progresso e momenti di criticità.
Nella nostra Europa abbiamo assistito ad un’altalena della libertà, talvolta conquistata e vissuta, altre volte negata e rincor­sa. La libertà non è un valore scontato, non è un fattore tautolo­gico del vivere sociale. Non è neppure un concetto astratto e for­male, solo politico ed istituzionale, ma è un bene sostanziale, vissuto e storicizzato. Ricordo quanto mi diceva papà Giuseppe, guardia di frontiera nel Corpo degli Alpini e per due anni prigio­niero in campo di concentramento in Germania: “Nella nostra baracca, dovevamo far bollire le poche patate recuperate, nasco­ste fra indumenti pieni di pidocchi, nello stesso pentolone. Non eravamo liberi neppure di far bollire quattro patate. I tedeschi ce lo impedivano”.
Idem per la democrazia, come assetto sociale e forma di governo. Anche qui, nulla è premesso e consolidato senza inco­gnita. Libertà e democrazia sono valori dinamici, in perenne verifica e conquista.
A livello culturale, sovvengono i contributi d’analisi dei gran­di pensatori come Tocqueville, Mill, Berlin, Crick, Kelsen, Popper, Touraine; dei grandi economisti come Einaudi, Vanoni, Andreatta, Sen. Ritornano gli insegnamenti di Bobbio, di Scarpelli, di Ferrarotti, di Treves, di Passerin d’Entrèves.
Libertà e democrazia, concetti radicali, densi; conosciuti superficialmente sui giornali, scanditi nei cortei, approfonditi sui libri di testo, ma sperimentabili solo nel vissuto.
Ecco, allora, l’antefatto di questa ricerca.
Leggere le vicende resistenziali del Monferrato casalese, come un campione della più ampia storia del nostro Paese; leg­gere e capire un quadro locale, per poi contribuire ad aggiornare la storiografia totale. Per tre anni ho sviluppato una caccia osses­siva alla notizia, al dettaglio, alla testimonianza, al documento inedito, all’immagine sconosciuta. Ho ricostruito microstorie, nel modo più completo e sintetico, senza eccedere nel particola­re insignificante, ma cogliendo il senso degli eventi.
La ricostruzione storica non è sufficiente; è indispensabile, inoltre, trovare il modo di far parlare quegli stessi avvenimenti, in un linguaggio immediato, oggi.
Questa la ragione del mio impegno. Il lettore, pagina dopo pagina, mi auguro abbia elaborato un autonomo pensiero critico, una propria convinzione, abbandonando le mitizzazioni storiogra­fiche o le più recenti dialettiche oppositive, fra revisionismo ed ideologia. Congedando la ricerca, mi sono convinto di un princi­pio elementare: la storia è fatta di tanti singoli, di tante vite, di una coscienza individuale prima e di una coscienza civile collettiva, poi. La storia non è fatta dai forti, è costretta e violentata dai forti.
Giovanni Amendola sosteneva che “il fascismo non ha mira­to tanto a governare l’Italia, quanto a monopolizzare il controllo delle coscienze. Non gli basta il possesso del potere: vuole il possesso della coscienza privata di tutti i cittadini”.
Di contro, il Presidente Giorgio Napolitano, nel discorso uffi­ciale al 25 aprile 2008, a Genova, evocò con efficacia la neces­sità di una coscienza storica comune, affidata non a stereotipi, ma a conoscenze e valutazioni inoppugnabili.
Esplicito è il pensiero di Tina Anselmi, partigiana veneta e donna-ministro, che nel saggio Storia di una passione politica sostiene: “A tutti coloro che si affannano nell’opera di revisioni­smo storico vorrei dire che c’è un modo giusto di pretendere il rispetto di tutti i morti, senza distinzione di fede politica (e senza per questo tralasciare il giudizio di condanna della Storia per coloro che hanno creduto nella mostruosità del nazifascismo e hanno sperato nella sua vittoria): quello di rispettare la Costituzione nata dalle ceneri della guerra e della lotta partigia­na, da quei giorni di dolore, di sacrificio, di lutto degli italiani. La nostra Costituzione, l’ultimo atto – avremmo sperato – di un lungo, sofferto, eroico processo di unità nazionale, nato nel nostro Risorgimento, interrotto dal fascismo, che proprio nella rottura della democrazia parlamentare, e nell’assassinio di Giacomo Matteotti, vedeva l’inizio di una nuova era.”
Queste pagine si cimentano nell’obiettivo: restituire una Resistenza fatta di coraggio, di ideali, di attese, di alleanze fra deboli, di vicende anche oscure, ma anche di progetti e di voglia per un profondo cambiamento sociale e politico.
Fare la conta fra vincitori e vinti, rivendicare i successi ed attribuire sconfitte, è banalissima cronaca.
Capire i fenomeni, trarre la loro contemporaneità e la significanza sociale, è invece leggere la storia.
A marzo 2009, in un breve colloquio telefonico, il sociologo Franco Ferrarotti (nato a Trino Vercellese), di fronte ad una foto­grafia che lo ritrae fra ex partigiani e militanti, appena dopo la Liberazione, mi disse: “Ricordo con piacere quel periodo. Ci sentivamo tutti coin­volti in un processo di grande cambiamento; c’erano molte idee, volontà, entusiasmo. Vi era un respiro sociale comune a tutta la sinistra e condiviso da ogni cittadino.
Ricordo gli interventi pubblici, in piazza e nei circoli popolari; ricordo i rioni operai del Ronzone, di Casale Popolo. Ricordo gli incontri con Pavese, le passeggiate che a piedi facemmo fino a Serralunga di Crea. Fu proprio Pavese a farmi conoscere alcuni testi della sociologia americana che poi tradussi e diffusi in Europa. Pavese non fu solo scrittore, letterato, fu anche sociologo ed antropologo. Conosceva bene l’uomo e le dinamiche sociali.
Nel Monferrato, in quegli anni, conobbi ed imparai a far coin­cidere lo studio ed il lavoro, la fatica ed il confronto culturale.”
L’esplicito ancoraggio di Ferrarotti al Monferrato conferma il messaggio già colto in molte testimonianze e nei documenti ana­lizzati: la Resistenza non fu solo scontro fra confliggenti, ma grande opportunità di riscatto sociale per la gente comune che il fascismo aveva, invece, annichilito.
Le prime formazioni partigiane autonome, costituite sponta­neamente a Gabiano, a Cocconato, ad Ottiglio, a Mombello; le proteste degli studenti liceali per l’occupazione tedesca; il dis­senso dei docenti verso la RSI; la solidarietà operativa di molti parroci e la figura autorevole di Monsignor Angrisani; i dramma­tici eventi dell’eccidio di Villadeati, della fucilazione della banda Lenti, la cattura ed uccisione dei partigiani della Tom; la violenza gratuita e progressiva della Wehrmacht, delle forze di polizia tede­sche ed SS, dei collaborazionisti italiani sulla società civile; il coraggio degli antifascisti e partigiani del gruppo di Arcesa, degli ex militari e carabinieri; la rete capillare di soccorso nei confronti degli ebrei e dei prigionieri alleati; la difesa dei raccolti e gli atti di sabotaggio, confermati dai vari fonogrammi tedeschi inediti; la vicinanza delle popolazioni rurali; la crescente organizzazione delle varie formazioni, fino al 25 aprile: sono tutte vicende vissu­te o subite, in una cornice di nuova coscienza civile.
Il biennio resistenziale ‘43 – ‘45 è stato esaminato con diver­si approcci, sulla base di un recupero, talvolta memorialistico o documentale. Delle vicende sono state fornite differenti ricostru­zioni, talvolta caratterizzate da phatos etico e civile, ora da oggettiva preoccupazione storiografica.
La microstoria della Resistenza nel Monferrato casalese viene qui indagata e riproposta in piena trasparenza. Il puzzle è fatto di protagonisti, eventi, date, atti singoli e fenomeni organiz­zati, comportamenti diffusi, remore e coraggio, incoscienza e generosità. Tassello dopo tassello, prende corpo una disperata nuova coscienza civile.
Il lettore coglierà, senza alcun dubbio, il graduale progredire della consapevolezza antifascista ed antinazista, dalle prime bande partigiane autonome fatte da renitenti ( bande che Salvemini inter­pretò come nuova traduzione del progetto insurrezionale mazzi­niano ) fino alle SAP e ai GAP, forme più operaiste ed organizza­te politicamente; il progredire, dal titubante attendismo delle popolazioni rurali, fino alla rete di sostegno più convinta creata da parroci e dal laicato cattolico; l’ampliarsi dell’area di consenso verso il CLN e le formazioni partigiane, da parte degli studenti, docenti, artigiani; il crescente sdegno verso la violenza dei tede­schi e degli ultimi fascisti locali.
La guerriglia partigiana e la violenza tedesca trovano confer­ma nelle inedite testimonianze raccolte, nei fonogrammi dei comandi tedeschi, per la prima volta tradotti ed interpretati; nella puntuale ricostruzione della figura del maggiore Wilhelm Meyer, del quale finalmente conosciamo nome e cognome, precise responsabilità e tragica fine.
L’affermarsi della nuova coscienza civile è stata indotta anche dalle discriminazioni razziali, dall’annientamento della comunità ebraica casalese, dagli insistenti bombardamenti delle truppe allea­te su ponti, strade e quartieri di Casale; ci si accorse, anche, che si assisteva ad una guerra fra poveri, senza bussola e senza meta.
Ad una lettura attenta, non possono sfuggire altre peculiarità: la frequente interazione fra bande e bande, con differente ispira­zione; il sostegno sociale al dissenso; la modesta caratterizzazione politica delle formazioni, contro invece una chiara partecipazione di ex militari e carabinieri; l’alternarsi di stereotipate figure di fascisti nostalgici, ad esponenti più aperti e rassegnati all’epilogo.
La Resistenza nel Monferrato fu un fenomeno complesso, articolato, a più voci: non è corretta una sua interpretazione manichea e semplificatrice, in chiave contrappositiva. Leggere, conoscere, incontrare in queste pagine mille fatti, volti, vicende, ideali e talvolta anche sogni, ci deve condurre dalla coscienza civile di allora ad una coscienza storica comune di oggi.

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