Sergio Luzzatto – “Partigia”

partigia

Questo libro dello storico torinese Sergio Luzzatto (Milano, Mondadori, 2013, 373 pp.) ha suscitato enormi polemiche per l’aspetto “anticonformista” con cui l’Autore ha trattato alcuni aspetti della lotta partigiana. Il volume tratta, tra l’altro, vari aspetti della guerra di Liberazione in Monferrato e si diffonde anche sullo sciopero partigiano del settembre 1947.

Riportiamo qui l’intervista di Wlodek Goldkorn a Luzzatto, pubblicata su «L’Espresso» del 26 aprile 2013.


Uscito pochi giorni fa “Partigia”, il saggio di Sergio Luzzatto sulla Resistenza e sulla banda dei partigiani di cui Primo Levi faceva parte prima di essere arrestato e deportato a Fossoli e poi ad Auschwitz, è già un caso. Nel libro (vedi box) il cinquantenne storico genovese, professore all’Università di Torino, studioso della Rivoluzione francese e autore di testi importanti, tra cui “Il corpo del Duce” e “Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento”, racconta (tra le altre cose) come il gruppetto di cui Levi faceva parte avesse deciso di fucilare due ragazzi Fulvio Oppezzo e Luciano Zabaldano accusati di comportamenti non idonei alla lotta partigiana.
Su “Repubblica” Gad Lerner si è chiesto quanto fosse lecita e congrua l’iniziativa di Luzzatto. Sul “Corriere della Sera” Paolo Mieli ha lodato il libro. Per alcuni suoi colleghi, citati sempre da “Repubblica”, Luzzatto scandalosamente dà un suo contributo alla demolizione della memoria della Resistenza e dissacra la figura di Levi. Per i giornali della destra, lo storico avrebbe raccontato che nessuno ha avuto le mani pulite. Brutalmente, l’oggetto della contesa è questo: se anche Levi faceva parte dei carnefici, vuol dire che il confine tra vittime e boia scompare. Tutti carnefici, nessuno carnefice. In questa intervista Luzzatto spiega le sue ragioni e polemizza con chi lo attacca.

 

Perché ha scritto questo libro?
«Per motivi personali. E generazionali. Vorrei che un giorno i miei figli leggessero le “Lettere dei condannati a morte della Resistenza”, così come mia madre le leggeva a me e a miei fratelli. E mi piacerebbe che i miei futuri nipotini avessero una parte dell’imprinting politico e civile che ho avuto io. Ma è sempre più difficile farlo. Nove anni fa ho pubblicato un pamphlet “La crisi dell’antifascismo”; ragionavo sul fatto che la memoria ha i suoi tempi: quelli in cui diventa matura, ma anche quelli in cui marcisce.
“Partigia” per me è un tentativo di trasmettere un’idea positiva della Resistenza. Sapevo che dovevo affrontare il tema in un modo che definirei “corpo a corpo”, con una tecnica di messa a fuoco ravvicinata, senza fare sconti ai personaggi di cui parlo, e neanche a me stesso e alle idee che professo».

Il suo libro è stato percepito da qualcuno come un testo che demolisce la Resistenza.
«Senza essere letto».

Lei parla della sua “ossessione” per certi temi e personaggi. Ed è lecito supporre che lei ha sempre avuto una forte attrazione per la figura di Primo Levi, per cui ne voleva sapere ogni minimo gesto. Può un’ossessione privata trasformarsi in storiografia?
«Le reazioni anche dure di chi invece il libro lo ha letto, come quella di Gad Lerner, sono legittime: la discussione deve essere franca. Però ammetto di aver sbagliato a usare la parola ossessione: ha dato la possibilità di ridurre il mio testo a una vicenda privata. Non è così».

Però parte dal fascino che su di lei esercita un eroe, Primo Levi, per indagare un dettaglio della sua vita. Quanto è importante il dettaglio per costruire la storia? È fondamentale sapere se Levi abbia sparato o partecipato alla condanna a morte di due giovani accusati di non essere degni di far parte di una banda di partigiani? Che importanza ha questa storia per la grande Storia e per la storia delle Resistenza?
«La parola dettaglio è pericolosa. Nella polemica con me Marco Revelli (senza avere letto il libro) dice che non si costruisce la storia su episodi minimi. Comunque il mio non è un libro su due ragazzi condannati a morte. È un testo che vuole essere una storia della Resistenza, e che si misura con la storia del dopo-Resistenza. Non si può studiare la storia fino al 25 aprile 1945 come se fosse una vicenda e poi quella che comincia dal 26 aprile come se fosse un’altra. Bisogna mettere tutte queste storie in successione. Ci sono cause ed effetti. Infine, la storia dei due ragazzi uccisi della giustizia partigiana è solo un aspetto del mio libro».

E allora dove è l’equivoco?
«Nella ricezione delle parole di Levi, da cui io ho mosso i miei primi passi. Ne “Il sistema periodico”, pubblicato nel 1975 Levi parla di “un segreto brutto”. È una specie di messaggio in bottiglia. È stato un gesto coraggioso. Non era obbligato a farlo. I tempi non erano maturi perché questo dettaglio o episodio minimo diventasse oggetto di riflessione storica. L’Italia aveva bisogno del mito sacro della Resistenza. Oggi siamo più liberi».

L’accusano di mancanza di pietà…
«Peggio, Revelli mi rimprovera di aver fatto un uso disumano di Levi. Vorrei ricordargli le parole dello scrittore ne “I sommersi e i salvati”, quando parla della zona grigia. Dice Levi che si prova commozione e pietà per la singola vittima, la pietà per molti è invece il dono dei santi. Sono parole che spiegano perché quei due ragazzi non sono una nota a piè di pagina della grande Storia. Non possiamo citare Levi solo quando ci fa comodo, come fanno i lucidatori dei monumenti. Lo dobbiamo prendere per intero, come lo faccio io, con tutte le implicazioni delle sue parole. E se solo ai santi è concesso il dono della pietà verso i molti, io non sono un santo. Ho cercato di esercitare la mia pietas verso i due ragazzi. E sono convinto che la loro vicenda fosse anche un problema per Levi».

Il messaggio che è passato è un altro: anche Levi era un assassino. O comunque non era un innocente.
«Non sono nato ieri. Il pericolo di far passare Levi per un carnefice l’avevo intuito. E infatti, proprio oggi su un sito negazionista ho visto sostenuta questa tesi. Ma se uno dovesse non fare della cose culturali e politiche perché esistono dei negazionisti…».

La domanda riguardava l’impatto del libro sull’opinione pubblica maggioritaria.
«Sono deluso che le reazioni della cosiddetta sinistra culturale siano proprio quelle che lei ha formulata nella sua domanda. Le persone che condividono il mio mestiere e che parlano dell’uso “scandalistico” (senza aver letto il libro) che io avrei fatto di Levi, ci consegnano alla sconfitta e al trionfo del punto di vista di Giampaolo Pansa».

Esiste l’etica della responsabilità. Non basta avere ragione, bisogna rendersi conto delle conseguenze delle proprie azioni. Lei è stato attaccato perché gente perbene ha avuto paura che stesse distruggendo due miti positivi: Levi e la Resistenza.
«L’etica della responsabilità si applica narrando proprio questa storia. Che essendo una storia limite è quasi perfetta. Consente di raccontare tutta la Resistenza e di salvarne l’essenza del patrimonio militare, politico, morale, costituzionale».

Perché?
«Perché Levi è scomodo. Viene arrestato dopo soli tre mesi dalla sua adesione alla Resistenza. E quindi non ha tempo per fare davvero i conti con la sua esperienza, a differenza di coloro che hanno avuto ben 20 mesi a disposizione per riflettere sui gradi e modi di dare e subire violenza, e per mettere tutta la loro vicenda resistenziale in una prospettiva lunga e complessiva della guerra partigiana, avendo visto il nemico sconfitto. Lui invece è finito ad Auschwitz. Ed è stato investito da un trauma primario, quello del lager, incomparabilmente più grande. Levi aveva introiettato l’etica della responsabilità e si interrogava sul suo ruolo nell’uccisione di quei ragazzi, ma ripeto, senza aver avuto la possibilità di partecipare alla fase vincente della Resistenza. Non vedo nulla in questa prospettiva da concedere a Pansa e al suo modo di pensare».

Rimane il fatto che il suo libro viene percepito come un contributo a una nuova vulgata, per cui i veri eroi sono coloro che non si sono schierati, la maggioranza silenziosa che non ha partecipato. Una vulgata funzionale alla cultura berlusconiana. Nel suo libro c’è molta ambivalenza, anche lei parla della Resistenza come fatto elitario.
«L’ambivalenza? Sta nelle fonti storiche. Va conosciuta, esaminata, scorticata, per poter dar ragione alla Resistenza. Prendiamo Fenoglio, Calvino, Meneghello. Descrivevano l’ambivalenza. La storiografia è in ritardo di sessant’anni anni rispetto alla letteratura. Ci sono dei soloni che vanno a convegni su Calvino e Meneghello, parlano dell’ambivalenza letteraria, ma poi quando io con strumenti storiografici cerco di restituire l’idea della paura, dell’impreparazione, l’inadeguatezza di questi giovani partigiani, sentimenti che si accompagnavano a coraggio, risolutezza, determinazione, voglia di libertà, condannano l’operazione in quanto revisionista».

I nomi?
«Giovanni De Luna, Marco Revelli. Sono i guardiani della Mole, un’idea ristretta di torinesità neo-azionista».

L’azionismo è la cosa più bella prodotta dall’Italia nel Novecento. La sua memoria va difesa.
«Va difesa la memoria. La storia va studiata. Una cosa è la memoria di un cittadino che si schiera, difende e attacca; altra cosa è il mestiere dello storico che studia. Anni fa pubblicai un libro su padre Pio. Le reazioni che ricevo oggi a “Partigia”, assomigliano a quelle che ho avuto per quel libro. All’epoca i vescovi si sono pronunciati prima di averlo letto, i devoti mi insultavano. I devoti di padre Pio erano peggiori di padre Pio. I devoti di Levi sono peggiori di Levi».

Non può paragonare la biografia controversa di padre Pio a quella di Levi.
«Non lo faccio. Cerco di spiegare che i meccanismi tipo “giù le mani dal mio santo” sono identici dal punto di vista retorico, culturale e identitario. Lo dico da adoratore di Levi. Sono convinto che il mio libro gli restituisca più di quanto gli tolga. Mi si accusa di aver usato Levi per fare certe operazioni. Non ho usato nessuno e non ho fatto alcuna operazione. Ho raccontato dei giovani (i partigiani) pronti a pagare un prezzo altissimo pur di impegnarsi e marcare il segno. Ma ho voluto raccontare tutta la storia. Ed è la storia più delicata dell’intero Novecento: una vittima per antonomasia che sfiora il ruolo del carnefice. Non sono io ad attribuirglielo, è lui che si sente corresponsabile dell’uccisione di due uomini».

Non è che sovrappone la figura di Levi resistente a Levi vittima della Shoah?
«Qui si pone il problema di Levi “reduce”. Lui con questa parola aveva un rapporto complesso. Levi si sentiva sia reduce della Shoah sia della Resistenza».

Sta dicendo che la sua proverbiale vergogna non era per Auschwitz ma per le vicende della Resistenza?
«Certo era soprattutto la vergogna di Auschwitz. Ma nella poesia “Epigrafe”, scritta nel 1952 e su cui i critici non hanno voluto spendere troppe parole, in fondo, confessa anche la vergogna per quei due condannati a morte».

Print Friendly, PDF & Email
This entry was posted in Recensioni, Resistenza, Storia locale and tagged , , . Bookmark the permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.