Uno dei sommersi di Auschwitz: Augusto Capon

Augusto Capon

Augusto Capon

Augusto Capon nacque a Venezia il 3 novembre 1872 da Abramo e Sara Nina Levi; era cugino primo di Carlo Pincherle, padre dello scrittore Alberto Moravia, e la famiglia era imparentata che con la madre dei fratelli Carlo e Nello Rosselli.
All’età di 14 anni entrò nella R. Accademia Navale di Livorno, da dove uscì guardiamarina nel 1893. Di questi anni di formazione lo stesso allievo Capon ricorderà alcuni episodi di antisemitismo nei suoi confronti: venne, senza apparente motivo, messo agli arresti e privato dei galloncini di capoclasse; poi dovette subire l’ostilità di un cappellano dopo che venne a sapere del suo credo religioso: «Capon, imbarazzato quanto indispettito, gli rispose per le rime, controbattendo che, non solo non aveva nessun obbligo di scriversi in fronte la religione professata, della quale del resto era fiero, ma che non permetteva a nessuno di insultare né lui né tanto meno la sua “razza” in sua presenza».1
Nel 1910 era promosso capitano di corvetta (maggiore) e con questo grado prese parte alla guerra italo-turca. Nel 1913 divenne capitano di fregata: in quest’anno predispose un piano per contrastare un eventuale attacco navale da parte della Francia.2 Nella prima guerra mondiale guadagnò una croce di guerra al valore militare: «Comandante di esploratore, eseguiva nel basso ed alto Adriatico numerose missioni di guerra, dando prova in ogni circostanza di sereno ardimento, perizia e belle virtù militari».
Nel 1917 era stato promosso capitano di vascello; successivamente salì la scala gerarchica diventando contrammiraglio (1923), ammiraglio di divisione (1926) e ammiraglio di squadra (1931).
Oltre a periodi di imbarco e comando operativo a bordo del naviglio, l’ammiraglio Capon fu anche capo del Servizio Informazioni (il controspionaggio) della Regia Marina, e sostenne l’importanza degli interessi italiani in Adriatico.
Dal matrimonio con Costanza Romanelli ebbe quattro figli, tra cui Laura (1907-1977) che nel 1928 sposò il fisico Enrico Fermi.
Quando vennero emanate le leggi razziali, Capon sperò fino all’ultimo che i provvedimenti discriminatori potessero equiparare tanti valorosi combattenti agli ariani, sottraendoli così all’infamante congedo forzato: «La discriminazione, che secondo i primi intendimenti doveva pareggiare gli ebrei discriminati agli ariani, divenne invece una lustra, che non favorisce che i grandi possessori di beni immobiliari. Tutto ciò non fa onore all’uomo [Mussolini, ndA], al quale io rimasi fedele per amor di Patria, malgrado che questi bestiali provvedimenti mi colpissero nella mia dignità di uomo e di soldato, dopo una lunga carriera dedicata sempre al servizio del mio paese».3
Dopo l’occupazione di Roma da parte dei tedeschi, il 16 ottobre 1943 il quartiere dell’ex ghetto di Roma fu rastrellato e 1259 ebrei vennero arrestate dalle SS. Tra queste vi era anche l’ammiraglio Augusto Capon: ormai vedovo da anni e semiparalizzato, dovette essere fatto salire di peso sul camion militare. Va detto che l’ammiraglio rimase fedele a Mussolini e ostile all’armistizio firmato dal governo Badoglio: «Fino al giorno del suo arresto, provò sentimenti favorevoli per il Duce, per il nuovo Stato fascista di Salò del quale criticava solo la forma repubblicana, essendo lui un fervido monarchico fedele a Casa Savoia, e per l’intenzione di continuare a combattere al fianco dell’alleata Germania, attribuendo la definitiva rovina dell’Italia al “Maramaldo Badoglienko”. Egli approvò in pieno i vari discorsi di Alessandro Pavolini e di Rodolfo Graziani, che incitavano al patriottismo degli italiani per combattere gli angloamericani, solo in apparenza portatori di libertà e benessere. Inoltre, si dichiarò lieto della notizia della formazione di un nuovo esercito fascista, pronto a combattere, chiaro sintomo della ripresa morale e militare italiana, ma rimase sbigottito quando seppe che i tedeschi avevano disarmato a Roma i carabinieri e i corazzieri. Con profonda ingenuità, quasi a voler negare l’evidenza, quando venne informato delle prime rappresaglie tedesche, egli reagì pensando che fossero solo esagerazioni. Solo quando seppe che la Germania aveva manu militari annesso Bolzano, Trento e Trieste, intuì – in maniera incredula – il paradosso delle sue convinzioni».4
Dopo una breve detenzione, il vecchio ammiraglio fu fatto salire su un treno in compagnia di tanti altri compagni di sventura. Uno di loro renderà testimonianza di questo viaggio senza speranza con destinazione Auschwitz: «Fra noi si trovava l’Ammiraglio a riposo Capon di Venezia, che mostrò una lettera di Mussolini, credendo che un tal documento gli guadagnasse qualche favore. […]
Egli ci diceva: “Noi andiamo alla morte”. Nessuno voleva crederlo. L’Ammiraglio diceva anche: “Voi non conoscete i tedeschi, io li ho già visti durante la prima guerra mondiale”.
L’Ammiraglio mi dettò il suo testamento; sua figlia era sposata con lo scienziato Enrico Fermi, che lavorava alle ricerche atomiche negli Stati Uniti».5
Il viaggio terminò il 23 ottobre 1943: appena giunto al campo di sterminio, l’ammiraglio, vecchio e malato, non passò la prima selezione e venne avviato alle camere a gas.

Alessandro Allemano

 

 

 

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  1. G. Cecini, I soldati ebrei di Mussolini, Milano, Mursia, 2008, p. 20. []
  2. L’Italia dal 1882 era legata ad Austria e Prussia da un’alleanza difensiva (la “Triplice”) che prevedeva l’intervento delle altre due Potenze nel caso in cui una di esse fosse stata attaccata dall’esterno. La Francia era per noi in quegli anni il nemico da cui guardarsi e contro cui predisporre azioni di difesa e contrasto. Cfr. M. Gabriele, La frontiera nord-occidentale dall’Unità alla Grande Guerra (1861-1915), Roma, Ufficio Storico Stato Maggiore Esercito, 2005, pp. 320-323. []
  3. G. Cecini, I soldati ebrei di Mussolini cit., p. 102; l’A. cita testualmente un passo dell’autobiografia inedita dell’ammiraglio Capon scritta sotto lo pseudonimo di “Adriacus”. []
  4. G. Cecini, I soldati ebrei di Mussolini cit., pp. 166-167. []
  5. A. Wachsberger, Testimonianza di un deportato da Roma, in L. Picciotto Fargion (a cura), L’occupazione tedesca e gli ebrei di Roma. Documenti e fatti, Roma, Carucci, 1979, p. 179. []
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