Vicende della resistenza nella zona di Moncalvo

10 giugno 1940, 8 settembre 1943, 25 aprile 1945.

Queste tre fatidiche date scandiscono cinque degli anni più drammatici e travagliati della storia italiana dell’ultimo secolo.

A settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale è opportuno ricordare, seppure in sintesi, fatti e personaggi che nella zona del Moncalvese caratterizzarono quel periodo di circa 20 mesi noto con il nome di resistenza partigiana.

Breve excursus storico

Il 10 giugno 1940 l’Italia entrava in guerra a fianco della Germania contro Gran Bretagna e Francia: le nostre truppe erano gravemente impreparate ad affrontare un conflitto sia per inadeguatezza di mezzi che per mancanza di opportuno equipaggiamento, ma Mussolini non intese ragioni, e fu l’inizio di una tragedia che non sembrava aver fine.

Finalmente, dopo tre anni di continue e gravi sconfitte, con la popolazione civile stremata dai bombardamenti e dai lutti, si giunse alla caduta del Duce e – 3 settembre 1943 – alla firma dell’armistizio di Cassibile, in pratica una resa senza condizioni. Comunicato alla nazione il successivo 8 settembre dal vecchio Maresciallo Badoglio che aveva sostituito Mussolini alla guida del governo, l’armistizio provocò lo sbandamento dell’esercito, lasciato dai vertici militari senza ordini precisi: nel frattempo numerose divisioni tedesche scendevano da nord, invadendo e occupando quasi l’intera penisola.

In questo clima confuso e concitato, quando già si sperava che la guerra fosse finita, piccoli gruppi di giovani uomini incominciarono a organizzarsi per combattere in forma di guerriglia l’invasore ex alleato germanico. Li guidavano per lo più soldati del R. Esercito che provenivano dal fronte occidentale: in genere ufficiali inferiori e sottufficiali che si erano dati alla macchia sfruttando operativamente la loro preparazione professionale nella pratica delle armi e nella condotta di rapide azioni militari.

Le prime forme di resistenza: il tenente Lazzarini

Nel Monferrato moncalvese un primo nucleo di patrioti si formò ad Alfiano Natta a opera di Luigi Quarello con l’appoggio dei parroci della zona, in particolare Don Bolla e Don Finazzi. Qualche tempo dopo l’attività da cospirativa divenne operativa, coordinata dall’esperienza e dall’entusiasmo di un giovane ufficiale, il tenente Lazzaro Nazzareno Lazzarini.

Bergamasco di nascita, Lazzarini (classe 1916) era figlio della maestra moncalvese Cristina Ottone. Maestro elementare anch’egli e studente universitario, allo scoppio della guerra fu arruolato come sottotenente di complemento nel 3° Alpini, Battaglione “Fenestrelle” e combatté contro la Francia, fu ferito e si meritò una medaglia di bronzo al valore militare. Dopo l’8 settembre si diede alla macchia e organizzò le prime bande partigiane in Val Chisone. Tornato a Moncalvo, fu contattato da Don Bolla ed entrò a far parte del comitato patriottico presieduto da Quarello. Nell’estate 1944 il tenente Lazzarini per le sue doti organizzative e operative divenne vicecomandante della Divisione autonoma “Monferrato” con il nome di battaglia di “Neno”.

Il 7 settembre 1944, dopo aver trasportato all’ospedale di Casale un suo gregario rimasto ferito in uno scontro, Lazzarini fu riconosciuto quale capo partigiano da un disertore tedesco e arrestato. Durante l’interrogatorio fu percosso con ripetuti calci nel ventre: al suo rifiuto di parlare, i tedeschi lo trascinarono fino al Ronzone e qui lo fucilarono, gettandone il corpo nel Po. Le sue spoglie non furono mai più ritrovate.

Alla memoria dell’eroico patriota fu intitolata la III Brigata della “Monferrato”; dopo la guerra Moncalvo gli dedicherà l’antica strada dell’Ardovana. Nel novembre 1960 l’anziana madre riceverà la medaglia d’argento al valor militare concessa alla memoria del figlio.

Le formazioni operanti in zona

Lazzarini, come detto, apparteneva a una delle formazioni più cospicue attive nel Moncalvese, la VII Divisione autonoma “Monferrato”. Le unità autonome non avevano una connotazione politica definita, ma si dichiaravano fedeli alla monarchia e professavano ideali moderati e cattolici: talvolta, con disprezzo, venivano bollati dai nazifascisti e dagli altri partigiani con l’appellativo di “badogliani”. La “Monferrato”, ispirata e guidata dai fratelli Carlo e Gabriele Cotta, aveva quartier generale a Cocconato e due delle sue brigate, la “Lazzarini” appunto e la “Evasio Rossi”, erano insediate a Moncalvo con ramificazioni nei paesi vicini: le comandavano rispettivamente Alberto Dellavalle “Giusto” e Giovanni Capra “Marco”.

Una brigata della Divisione autonoma “Langhe” operava nella zona compresa tra Grana, Vignale, Castagnole Monferrato e Calliano: la guidava una figura di partigiano divenuta leggendaria, il “Tek-Tek”, Luigi Acuto di Grana.

Le formazioni “Garibaldi” erano invece fortemente connotate ideologicamente, essendo emanazioni del partito comunista ancora clandestino. Soggette a frequenti modificazioni di organico e di denominazione, in Monferrato erano rappresentate da due brigate della X Divisione “Italia”: la “Piacibello”, operativa nella zona della Valcerrina, e la “Porro”, nella zona di Altavilla e Fubine. Più direttamente attiva nei dintorni di Moncalvo era la 19ª Brigata “Giambone” della I Divisione “Leo Lanfranco”.

Meno diffuse erano le formazioni di “Giustizia e Libertà”, che si ispiravano agli ideali liberalsocialisti di una sinistra non marxista propugnati dal Partito d’Azione. Molto forti nel Cuneese (tra i suoi capi Giorgio Bocca e Nuto Revelli), da noi ebbero scarsa partecipazione. Tuttavia il primo partigiano ucciso a Moncalvo apparteneva proprio a una Divisione GL. Si chiamava Renato Capello, nato a Torino nel 1925 e ucciso diciannovenne l’11 luglio 1944: una lapide lo ricorda in Corso XX Aprile.

Di gran lunga più diffuse, insieme agli autonomi, erano le formazioni “Matteotti”, di generica ispirazione socialista. Nel Moncalvese operò la IX Brigata, comandata da Emilio Colombo, con vicecomandante il callianese Pietro Beccuti e commissario Alfio Mengoli “Nemega”. In seguito fu inquadrata nelle Divisione “Italo Rossi” e assunse l’ordinativo di II Brigata, al comando di Beccuti con Luigi Fiorino commissario. Alle “Matteotti” appartennero anche due delle bande partigiane più note in Monferrato e finite tragicamente per mano dei nazifascisti: la VII Brigata comandata da Antonio Olearo, il mitico “Tom”, e la VIII agli ordini dei fratelli Agostino e Pietro Lenti di Camagna. I patrioti della “Lenti”, catturati in una cascina della Madonna dei Monti, furono fucilati a Valenza il 12 settembre 1944, mentre Tom e i suoi uomini, catturati a Casorzo, trovarono la morte alla cittadella di Casale il 15 gennaio 1945.

La missione alleata

Una banda delle “Matteotti”, la VIII della IX Brigata, formatasi nella frazione Santa Maria, offrì importante supporto militare e logistico a una missione anglo-americana, denominata “Youngstown”. Composta di quattro ufficiali italiani che operavano per conto dell’OSS della V Armata statunitense e comandata dall’alessandrino Giansandro Menghi (“Capitano John”), la missione, che aveva base nella Cascina Girino, coordinò una serie di aviolanci per fornire ai partigiani attivi in zona armi, munizioni ed esplosivo. Nella valle tra Santa Maria e Cioccaro furono anche lanciate numerose fiale di penicillina, ancora sconosciuta in Italia. Il tenente Giancarlo Ratti era incaricato di tenere i contatti con la “Matteotti”. Della banda facevano parte una quindicina di uomini e una donna, la staffetta Carmelina Demaria. Il padre di chi scrive queste note, allora diciassettenne patriota dell’VIII Banda, fornì un eccellente posto di osservazione, su un bricco in territorio di Grazzano da cui si dominavano a 360 gradi tutti i paesi vicini. Nell’ambito della “Youngstown” fu più volte a Santa Maria un giovane albese ufficiale di collegamento della II Divisione autonoma “Langhe”. Allora lo si conosceva solo per la sua attività di partigiano, ma nel dopoguerra avrebbe scritto alcune delle pagine più significative della letteratura contemporanea: si chiamava Beppe Fenoglio.

La battaglia del Giovedì Santo

Quando ormai sembrava che la lotta per liberare l’Italia del Nord dai nazifascisti stesse terminare, un episodio tragico segnò la vita di Moncalvo.

Il 29 marzo, giovedì della Settimana Santa, una formazione delle Brigate Nere attaccò Villa Foa, sede d’incontro tra le varie unità partigiane attive in zona. Un giovane patriota, il ventenne casalese Sergio Oliaro “Giorgio”della “Lazzarini” impegnò i fascisti in un lungo scontro a fuoco, impedendo loro l’accesso alla villa; ferito, cercò riparo dietro a un pozzo, ma fu colpito da una raffica in pieno ventre e morì poco dopo. Poi la battaglia si spostò attorno alla chiesa di San Francesco. I partigiani dall’alto del campanile ingaggiarono una furibonda sparatoria contro i nazifascisti arroccati sulla collina del Parco della Rimembranza. Nel pieno della battaglia il prevosto Don Bolla uscì a parlamentare, ottenendo una sospensione del fuoco e permettendo alle due parti di raccogliere i propri feriti. Alla fine si dovette contare un altro partigiano caduto, Renzo Gavello “Esplo”, nato nel 1923 a Villadeati, appartenente alla 2ª Brigata della Divisione “Matteotti – Italo Rossi”.

La fine

Finalmente, come Dio volle, incalzate dall’azione congiunta di truppe alleate e formazioni partigiane, le truppe tedesche lasciarono il Nord Italia e i fascisti si sbandarono: a Moncalvo rimasero però i corpi di otto militi della Brigata Nera “Viale” di Asti fucilati dai partigiani per rappresaglia il 2 marzo 1945 e sommariamente sepolti nel cimitero ebraico: dopo la Liberazione le loro salme saranno esumate e ricomposte da Don Bolla e dal viceparroco Don Camandona. Ritornarono la pace e la serenità, peraltro velata di cordoglio per le vicende di congiunti e conoscenti che in cinque anni di guerra avevano perso la vita. Moncalvo ricordava anche i quattro ebrei che, deportati ad Auschwitz, non vi avevano fatto più ritorno.

Che cosa rimane, a distanza di 70 anni, degli ideali che mossero tanti giovani a sacrificare la propria vita, che cosa resta della tensione morale che animò i superstiti a ricostruire ciò che la guerra aveva distrutto, ora che la maggior parte dei protagonisti di quegli anni non ci sono ormai più? Anche se tante di quelle speranze sono andate disilluse, resta per sempre l’esempio di chi ha contribuito a dare a noi tutti molti decenni di pace.

Partigiani della “Monferrato” alla liberazione di Torino

Dati i limiti di questo articolo, segnalo alcuni libri di utile lettura per chi volesse approfondire l’argomento:

  1. Collotti et all. (a cura), Dizionario della resistenza, 2 vv., Torino, Einaudi, 2000-2001
  2. Favretto, Resistenza e nuova coscienza civile, Alessandria, Falsopiano, 2009
  3. Favretto, Fenoglio verso il 25 aprile, Alessandria, Falsopiano, 2015

Per consultare le schede dei partigiani piemontesi: http://intranet.istoreto.it/partigianato/

Alessandro Allemano

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