Vittorio Cimiotta – “La rivoluzione etica”

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Il movimento “Giustizia e Libertà” venne fondato nel 1929 a Parigi da Carlo Rosselli e da altri fuoriusciti antifascisti con l’obiettivo di organizzare un’opposizione attiva ed efficace al regime di Mussolini, alternativa a quella comunista. Dall’incontro tra giellisti, liberalsocialisti, sostenitori del liberalismo progressista gobettiano, esponenti del liberalismo amendoliano e del Partito Repubblicano, nacque nel 1942 la breve ma intensa esperienza politica del Partito d’Azione che, dopo la caduta del Duce, organizzò bande partigiane, partecipò alla Resistenza con le Brigate Giustizia e Libertà e contribuì alla stesura della Carta Costituzionale. Grandi personalità, come Mazzini, Salvemini, Gobetti, i fratelli Rosselli, Parri, Calamandrei e La Malfa, hanno lottato per dar vita a un modello di società basato sull’etica nella politica e nella comunità, di cui il giellismo e l’azionismo sono stati portatori ed esempi. Nel suo libro La rivoluzione etica (Milano, Mursia, 2013, 368 pp.) Vittorio Cimiotta ripercorre le tappe salienti dell’esperienza politica di GL e del Partito d’Azione, e dei loro principi riconoscendone grande validità anche nella società contemporanea in balia di una grave crisi morale e civile.

Proponiamo qui la prefazione di Nicola Tranfaglia, pubblicata con il titolo “Un partito moderno per la democrazia italiana”.


La vicenda politica che, partendo dalla vita breve e straordinaria di Carlo Rosselli, dà inizio alla fine degli anni Venti alla fondazione del movimento di Giustizia e Libertà a Parigi e poi negli anni Quaranta, durante la Seconda guerra mondiale, a quella del Partito d’Azione in Italia, merita di essere raccontata, anche attraverso un’agile sintesi come quella di Vittorio Cimiotta, alle nuove generazioni proprio oggi che il regime di populismo autoritario, dominato da Silvio Berlusconi, ha messo in pericolo la democrazia repubblicana e rischia di durare ancora oltre i vent’anni che già sono trascorsi dalla discesa in campo dello spregiudicato imprenditore milanese.
E le ragioni di questa affermazione si trovano in fatti storici di cui si incomincia a percepire, pur con notevole ritardo, l’autentico significato.
In un Paese arrivato tardi all’unificazione nazionale, caratterizzato come aveva intuito Antonio Gramsci e, prima di lui, Piero Gobetti e lo stesso Carlo Rosselli dal ricorrente «sovversivismo delle classi dirigenti» e da peculiarità negative che non si sono esaurite ancora a 150 anni da quella unificazione, e che si sintetizzano nei fenomeni permanenti di clientelismo e trasformismo, distanza dallo Stato e dalle leggi, mancanza di educazione civile e scarso senso del bene comune, un movimento, nato dalla ribellione etica e ideale di fronte alla dittatura violenta di Mussolini e di nuovo risorto quando, con la caduta del fascismo, gli italiani sono chiamati a scegliere tra l’alleanza nazista e fascista e le forze politiche che si battono anche con le armi per l’affermazione della libertà e della democrazia, è un fatto eccezionale nella storia dell’Italia unita.
Quel movimento antifascista, fondato nel 1929 da Carlo Rosselli con l’aiuto di Emilio Lussu e di Francesco Fausto Nitti, si richiamava ai motivi migliori del percorso risorgimentale dell’Italia, rivendicava i risultati positivi dell’unificazione nazionale come della classe dirigente liberale, e rivendicava il patrimonio positivo del sessantennio postunitario e del difficile approdo alla rivoluzione liberaldemocratica nel Ventesimo secolo.
Acquisiva l’indirizzo laico della liberaldemocrazia italiana e si batteva, a differenza della Concentrazione antifascista di Parigi, per l’esito repubblicano della battaglia da condurre contro il fascismo di fronte alla evidente, costante complicità con il regime della monarchia sabauda, degli imprenditori italiani e della Chiesa cattolica.
Rispetto ai partiti della sinistra, in particolare ai socialisti e ai comunisti legati in quegli anni da un patto di azione e, anche per questa ragione, volti a giudicare con eccessiva indulgenza la dittatura sovietica, il movimento di Giustizia e Libertà, guidato con mano salda da Carlo Rosselli, esprimeva, con chiarezza incisiva, le sue critiche all’esperimento comunista, riconoscendo gli aspetti storici della rivoluzione bolscevica, ma mettendo in luce, nello stesso tempo, quelli negativi maturati negli anni post-rivoluzionari e sfociati in una dittatura che era giunta a costruire un sistema contrario alla democrazia e alla libertà.
A metà degli anni Trenta aveva giudicato positivamente la rivoluzione spagnola contro la ribellione dei generali golpisti guidati da Francisco Franco, e si era battuta per i repubblicani ma manteneva, a ragione, le sue riserve verso gli alleati comunisti.
Negli anni successivi, di fronte al profilarsi di un’inedita alleanza tra la dittatura sovietica e quella nazista, aveva riaffermato le sue profonde riserve verso l’Unione Sovietica e, successivamente, di fronte allo scontro dei sovietici e dell’ex alleato nazista, e alla loro alleanza con le democrazie occidentale aveva deciso di schierarsi alla fine contro la guerra fascista.
La scelta di intervenire in Italia e in Francia alla resistenza partigiana contro i nazisti e i fascisti aveva proseguito, pur dopo l’assassinio fascista di Carlo e Nello Rosselli, il cammino dei liberaldemocratici e socialisti raccolti intorno al movimento antifascista.
E i giellisti avevano costituito, con il partito comunista, la forza centrale del movimento partigiano che, in venti mesi di combattimento, aveva condotto la guerra armata in Italia, riuscendo a liberare alcune città nel Centro e nel Nord prima dell’arrivo delle truppe angloamericane che risalivano la penisola di fronte alla rovinosa ritirata delle truppe naziste e dei loro alleati della Repubblica Sociale Italiana.
Fu da quella resistenza armata e dalle elaborazioni di pensiero dei partigiani che nacque l’Assemblea Costituente eletta nella sfida per il referendum istituzionale, conclusa con la scelta della repubblica, e la successiva costituzione repubblicana, oggi attaccata da Berlusconi e svuotata, legge dopo legge, con l’obiettivo dichiarato di cambiare le regole del viver civile, senza il confronto con il centrosinistra.
Ancor più breve e tormentata fu, nel secondo dopoguerra, la vita del Partito d’Azione, nato dall’incontro tra i vecchi giellisti e l’adesione dei liberalsocialisti, raccolti soprattutto nell’Italia centrale intorno a Guido Calogero, Aldo Capitini e Piero Calamandrei, che non seppe adattarsi al brusco passaggio tra la guerra e la pace e naufragò per l’inesorabile continuità del vecchio Stato italiano e l’emergere con la Guerra Fredda ormai esplosa delle gravi peculiarità negative della politica italiana. Ma uomini notevoli del Partito d’Azione, da Riccardo Lombardi a Tristano Codignola, da Ferruccio Parri a Ugo La Malfa, continuarono a far politica nei partiti della sinistra italiana e portarono nella loro azione i fermenti etici e ideali che avevano nutrito in passato la vicenda azionista fino a caratterizzare l’apertura critica ai comunisti e la lotta per lo Stato democratico e di diritto che aveva caratterizzato, nei primi anni Quaranta, il cammino Per la repubblica e la Costituzione.
Fu un lievito importante quello che trasmigrò nel Partito Repubblicano, come in quello Socialista e Comunista, e che immise in quei partiti motivi centrali della lotta politica democratica fino a far parlare nella storia italiana di una «fede azionista» sopravvissuta alla fine del partito e destinata a nutrire altre formazioni politiche in una lotta permanente contro i ricorrenti tentativi di emersione golpista e nei frequenti tentativi di involuzione autoritaria che avrebbero caratterizzato la vita della repubblica prima e dopo la crisi politica intervenuta negli anni Settanta ed esplosa clamorosamente con il rapimento e l’assassinio del democristiano Aldo Moro, responsabile di una ribellione meditata alla prepotenza degli Stati Uniti che, da troppo tempo, aveva influito sulla sovranità dimezzata della repubblica italiana negli anni della Guerra Fredda.
Oggi, di fronte all’ascesa improvvisa del capo carismatico emersa negli anni Novanta, si può dire, forse con maggior cognizione di causa, che l’assenza di un partito della Costituzione ha eliminato a poco a poco gli anticorpi necessari a difendere la nostra democrazia dalle involuzioni autoritarie.
Ed è questo, in realtà, il vero problema italiano di fronte a quasi vent’anni che segnano il dominio di Silvio Berlusconi.
Gli italiani non hanno ancora trovato nelle forze democratiche quella fedeltà ai principi costituzionali e allo Stato di diritto che è necessaria per costruire un’efficace alternati­a di governo al populismo autoritario che ormai ci governa dai primi anni Novanta.
Ancora una volta, come in altre ricorrenti occasioni di questo settantennio, si sente il peso dell’assenza di quel partito fondato dai martiri dell’antifascismo democratico e sopravvissuto ai tempi di ferro e di fuoco delle dittature che avevano dominato in Europa negli anni Trenta e Quaranta.
Pur, dopo essere entrata nella Comunità Economica Europea e aver evitato l’isolamento nazionale, l’Italia corre ancora il rischio di ripiombare nell’involuzione autoritaria e riuscirà ad evitarla soltanto se le forze democratiche riusciranno a coalizzarsi e a ritrovare lo spirito e gli ideali che erano riusciti a sconfiggere il fascismo.
Il lievito azionista appare ancora una volta necessario alla rinascita della sinistra democratica contro il populismo autoritario, sorta con l’ideale dell’unificazione europea, rappresentata dal manifesto di Ventotene.
E saranno i prossimi anni a dirci se questi ideali riusciranno a battere la destra oltranzista e a far ritornare gli italiani nella loro maggioranza, agli ideali repubblicani e democratici che ci avevano condotto alla fine degli anni Quaranta del Novecento alla Costituzione e alla ripresa democratica dopo vent’anni di dittatura e di tirannia.
In questo senso il saggio di Cimiotta, che è nello stesso tempo agile e aggiornato, ricco dei riferimenti storici necessari, rappresenta un contributo utile a introdurre per le nuove generazioni un mondo e un movimento che hanno costituito per molti decenni raggi di luce nella nostra storia ed elementi importanti di orientamento politico e culturale per chi vuole procedere con chiarezza e spirito libero nella ricostruzione della lotta al fascismo e della nascita della repubblica.
Per queste ragioni è importante che il saggio possa esser letto e diffuso nella maniera migliore e penetrare tra i lettori italiani che si chiedono come è nato e ha vissuto per molti decenni il sogno della giustizia e della libertà nel Ventesimo secolo in Italia.

Nicola Tranfaglia

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